Tarantino a Roma con il suo Django unchained

 La storia è apparentemente semplice: lo schiavo Django (Jemie Foxx) viene acquistato da un cacciatore di taglie, l’erudito dottor Schultz (Christoph Waltz) il quale in cambio del suo aiuto nell’assassinio del fratelli Brittle gli promette la libertà. Gli “affari” vanno bene, Django e il suo padrone gentiluomo decidono di rimanere insieme per andare alla ricerca di Broomhilda (Kerry Washington), moglie dell’ex schiavo diventato ora pistolero e schiava nella piantagione del sadico moniseur Calvin Candie (Leonardo di Caprio).

Tarantino realizza il suo spaghetti western. Come ammette in conferenza stampa, ha sempre avuto un debole per il genere all’italiana. L’aggettivo possessivo non è superfluo in quanto anche in questo insolito film emerge lo spirito goliardico del suo cinema, l’intenzione non di voler reinventare un genere o misurarsi con grandi maestri ma darne una propria lettura, in primis, da cinefilo poi da autore, “uno dei pochi americani in circolazione” secondo l’elogio del vero Django, Franco NeroVirtuosismo verbale dei dialoghi, sangue, violenza, citazioni, capacità di creare delle icone, riscatto delle vittime, scene clamorosamente ironiche. Questo il riassunto di quasi tre ore di film che volano via tra un colpo di frusta, uno zoom o un campo lungo, proprio come Leone e Corbucci insegnano; e a chi gli chiede quale dei due preferisce risponde: “è come chiedere al re di tagliare in due il bambino”.

Django unchained è innanzitutto un film sul razzismo. Come ha spiegato il regista i western in cui fa da protagonista la schiavitù si contano sulle dita di una mano ed era noto che sarebbero piovute delle polemiche smorzate subito da Samuel L. Jackson che afferma la volontà comune di realizzare un ottimo film a prescindere da come avrebbe risposto il pubblico bianco o quello di colore. A conferma di ciò per la prima volta sembra trasparire una morale, affidata non all’eroica vendetta di uno schiavo che è spinto solamente dall’amore per la sua donna, ma dal suo mentore, l’inedito “buono” Christoph Waltz che aiuta Django nella sua missione senza nessun tornaconto. Quest’ultima scelta lascia un po’ perplessi, forse perché i fan tarantiniani amano prima di tutto la razionale follia dei suoi personaggi (che in questi manca) e non sono abituati a toni morbidi.

Tollerando questa insignificante incertezza e consapevole che meglio di Bastardi senza gloria era (quasi) impossibile fare, anche con Django unchained Tarantino ci regala un ennesimo sfoggio della sua genialità e dei suoi miti.

Vuoi commentare l'articolo?

Valentina De Vincenti

0 Commentsprova

No comments!

There are no comments yet, but you can be first to comment this article.

Leave reply

Only registered users can comment.

-->