SebastianO, quando il linguaggio cinematografico abbraccia l’Arte

SebastianOLa figura di San Sebastiano è una delle più iconiche e tra le più celebrate dall’arte visiva classica: numerosissime sono le opere figurative che ne hanno rappresentato il martirio nel corso della storia. Il regista Fabrizio Ferraro utilizza come punto di partenza una delle rappresentazioni più celebri, quella realizzata da Andrea Mantegna nel 1481, e pone la figura del martire romano al centro di un’opera filmica realizzata tra Roma e dintorni, SebastianO. A testimonianza dell’inscindibile legame che il film intrattiene con l’arte, SebastianO sarà proiettato in un circuito museale internazionale che include il museo MACRO di Roma, lo ZKM di Karlsruhe e il Centre Pompidou di Parigi. E proprio la città eterna fa da sfondo ad una narrazione che alterna contemporaneità ed echi dell’antichità, rintracciabili in ogni angolo della Capitale, ovunque si trovino vecchie rovine o suggestivi scorci archeologici.

Film a cavallo tra documentario e fiction, SebastianO prende comunque le distanze dal quadro di Mantegna. Come spiega il regista, infatti, “parte dall’opera d’arte per poi farla sparire”, utilizzando quest’ultima solamente come pretesto per dare vita ad un lungometraggio che si regge su suggestioni, più che su una vera e propria trama, e che abbandona i canoni cinematografici e stilistici del cosiddetto “cinema commerciale” a cui il pubblico è inevitabilmente abituato. A Fabrizio Ferraro interessa piuttosto fare un film d’arte, inteso sia come opera spiccatamente autoriale che nell’accezione di un tipo di cinema che dialoga con il linguaggio figurativo e lo fa proprio, soprattutto nelle lunghe inquadrature fisse, che restituiscono ritratti statici ma intensi degli interpreti, quasi come se li si osservasse immobili in un museo. La pellicola di Ferraro alterna due storie parallele che hanno luogo in tempi diversi: quella di John e Marta, turisti americani che si aggirano per le rovine romane nel nostro presente, e quella di San Sebastiano, condotto in catene dai suoi carnefici per gli stessi luoghi, secoli prima.

Da una parte, quindi, la scoperta dell’antico attraverso gli occhi di due turisti: un sguardo necessariamente poco approfondito, superficiale; dall’altra, invece, la lunga marcia del martire romano e dei suoi due carnefici, rappresentati sempre in cammino attraverso lunghi piani sequenza. Alternando il colore al bianco e nero Ferraro racconta due tempi così lontani, suggerendo come dietro ogni luogo ci sia una storia ricca di dettagli che nel ruolo di semplici turisti spesso non cogliamo. Talvolta addirittura le due epoche si fondono, come nella scelta di indugiare con la macchina da presa sull’immagine del San Sebastiano appoggiato a resti archeologici deturpati da anacronistici graffiti. I tempi del film sono spesso quelli reali: la macchina da presa segue i personaggi senza stacchi in una serie di soluzioni che però risultano faticose per l’occhio degli spettatori, abituati a ben altri ritmi. SebastianO non intende comunque lusingare lo spettatore “medio”, e si inserisce piuttosto a metà strada tra cinema autoriale di nicchia e video-arte. Da questo solido legame con il figurativo deriva la naturale scelta di presentare il film nei musei. Il pubblico romano potrà assistere alla proiezione presso il Cinema Savoy a partire dal prossimo 15 marzo.

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Twitter: @JoelleVanDyne_

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Viola D'Elia

Nata 27 anni fa, ha vissuto a Roma, Istanbul e in India. Sempre pronta a fare le valigie, sogna di vedere ogni angolo di mondo. Oltre a coltivare ambizioni alla Jules Verne, i suoi interessi includono accumulare libri, la musica e il cinema. E’ capace di commuoversi ogni volta che rivede Hugo Cabret; ama scrivere e fare domande, ma non riceverne. Specialmente di lunedì mattina. Crede fermamente nella filosofia di Big Fish: «Tenuto in un piccolo vaso il pesce rosso rimarrà piccolo, in uno spazio maggiore esso raddoppia, triplica o quadruplica la sua grandezza».