Roberto Mercadini: Dobbiamo un gallo ad Asclepio

Non sappiamo quando l’Uomo fece la sua prima risata, né cosa fu a scatenarla; non conosciamo le reazioni che investirono la sua persona per quella prima contrazione muscolare che lascia dentro ognuno un benefico senso di liberazione. Come una leva che di colpo solleva un masso di cui fino a quel momento ignoravamo di portare il peso. Tuttavia ormai nessuno disconosce quanto il ridere in tutte le sue forme e declinazioni costituisca un prezioso bisogno per l’uomo.
La satira e la comicità di Roberto Mercadini che qualche giorno fa presso l’Associazione Harmonia Mundi a Roma ha tenuto il suo esilarante spettacolo Dobbiamo un gallo ad Asclepio, ne sono un ampia testimonianza.

Nato a Cesena nel 1978 Mercadini si definisce un “poeta parlante” come a voler condensare in questo oneroso epiteto tutte le aspirazioni e i risultati della sua arte, tesi a consolidare il rapporto tra la scrittura e l’oralità. Non solo. Il palco per quest’autore dalla corpulenza gioviale diventa il luogo dove poter risvegliare dal torpore i versi che giacciono muti in testi poderosi e spesso impolverati. È quanto accade con lo spettacolo Dobbiamo un Gallo ad Asclepio dove l’istrionico Mercadini ripercorre con una sottilissima vena ironica e comica le biografie dei filosofi che hanno marcato con acume la storia del pensiero. Il libro cardine, indiscussa sorgente da cui si diparte come un torrente impetuoso il suo divagante monologo, è Vite dei filosofi, opera del famoso storico greco antico Diogene Laerzio, vissuto sotto l’Impero Romano. L’autore romagnolo dimostra di aver trascorso con dedizione e amore molto tempo in questa lunga galleria di ritratti tanto da potersi permettere il lusso di scherzarci sopra in maniera intelligente, irridendo le lacune e le vaghe ed approssimative notizie che raccontano i caratteri di quegli uomini autorevoli; è difficile non ridere ascoltandolo mentre passa in rassegna certi aneddoti. Nell’incipit di questo irriverente monologo sull’origine della filosofia risiede in germe la cifra della sua vis ironica, inarrestabile generatrice di paradossi: «Sull’origine del sapere non si sa quasi niente, sull’origine della ragione si dicono follie, sull’origine della luce è buoi pesto». Allora ecco sorprenderci ancora in maniera altrettanto paradossale l’allievo di chi in vita non aveva scritto nulla (Socrate) scrivere copiosamente (Platone) o scoprire che uno dei più grandi filosofi (Aristotele) ed insigne maestro era balbuziente, e che lo stesso Platone, che come ci informa Diogene Laerzio in greco significa «uomo dalle spalle grosse», aveva una voce esile, rievocata da Mercadini accostandola alla consueta enfasi gestuale di Mike Tyson. Ecco il passaggio, la chiave, che ci permette di giungere – pur nell’incedere scoppiettante del suo monologare – all’analisi dei i tic e le nevrosi goffe dell’uomo moderno, capace con la sua innocente stupidità di parcheggiare in prossimità dell’entrata dei centri commerciali pensando di guadagnare tempo salvo poi girare per ore intere nella vacuità di uno shopping inconsapevole e dispersivo.

L’epilogo è una perla esegetica. Siamo nelle pagine finali del Fedone di Platone quando ormai Socrate ha già ricevuto dal suo «boia-farmacista» il veleno mortale; ad un certo punto, interamente coperto dal sudario, sporge il capo per pronunciare le sue ultime ed oscure parole: «Critone, dobbiamo un gallo ad Asclepio». Il gesto di donare un gallo rappresentava nell’antica Grecia una forma di ringraziamento, e rivolgerlo al famoso medico voleva dire ringraziarlo dell’avvenuta guarigione. Mercadini, senza rinunciare al suo tono scherzoso e anzi colorando la scena con magniloquente gestualità ci conduce, per svelare assieme il significato intimo di quella frase misteriosa, in una delle pagine precedenti in cui Socrate ascolta la critica che gli viene rivolta alla sua tesi sull’immortalità dell’anima. Ed è proprio nella totale disposizione all’ascolto dello stesso filosofo ateniese, felice oltretutto di ricevere una tale obiezione, che l’autore ritrova il senso dell’ultima frase pronunciata in punto di morte «come un grido di vittoria per essere morto da vero filosofo». In fondo, ci ricorda Mercadini, il più grande insegnamento di Socrate è stato quello di considerare il proprio interlocutore non come un avversario ma come un compagno con cui cercare insieme la verità. Auspicabile sarebbe allora se ognuno di noi aspirasse verso una simile guarigione capace di sanare l’innata attitudine di imporre sull’altro le proprie presunte verità.

harmonia mundi

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Filippo Deodato