Richard Gere “stalker e gentiluomo” nell’opera prima di Andrew Renzi

L’opera prima del regista Andrew Renzi approda a Roma per il lancio commerciale nelle sale italiane. Franny, film indipendente che annovera un cast d’eccezione con il “padrino” Richard Gere ad alimentare l’interesse mediatico per l’anteprima stampa tenutasi lunedì 14 dicembre presso la Casa del Cinema di Roma, sarà distribuito nelle sale italiana dal 23 dicembre in centocinquanta copie. La sala era gremita, la presenza annunciata del divo Gere ha alimentato questo interesse smodato per un’opera prima, che si è rivelato, però, pertinente ed appagante.

Franny è un benefattore, un uomo ricco che ha creato una fondazione con la quale sostiene una struttura ospedaliera di cui risulta esserne il proprietario. Le prime immagini raccontano poco, ma un colpo di scena irrompe ben presto lasciando senza fiato lo spettatore già durante lo scorrere del Primo Atto. Un accadimento irrimediabile, un incidente stradale che in seguito rivelerà la sua natura mortale, cambia per sempre la vita dei caratteri presenti sulla scena. Dopo un’ellissi temporale di cinque anni, Franny (Richard Gere) ha abbandonato ormai la  vita nelle quattro mura della sua abitazione, la barba incolta e la lunga chioma canuta nascondono le sue rughe dalla luce del sole, la morfina custodisce il suo dolore attenuando le cicatrici impresse come tatuaggi sulla pelle. Una telefonata stride improvvisamente nel fermo immagine della sua vita, il passato riemerge con le fattezze di Olivia (Dakota Fanning), figlia della coppia di amici che con lui avevano condiviso il tragico evento, perdendo la vita.dakota.jog La ragazza, dopo cinque anni di silenzio, è ormai una donna con grembo gravido ed un uomo al suo fianco al quale affidare la sua vita; la ragazza cerca Franny per aiutare il suo giovane compagno Luke (Theo James) ad intraprendere la carriera da medico e chiudere un cerchio di ricordi interrotto cinque anni prima con la morte dei genitori. Questa reunion, tra l’amarcord e lo slancio futuro, genera un torbido gioco privo di equilibri, intorno al quale le vite dei tre personaggi coinvolti ruotano senza mai riuscire a trovare il giusto punto gravitazionale. Il film concentra la sua peculiarità su innumerevoli misteri e punti oscuri, che mai svelano la loro natura; lo spettatore è sempre coinvolto nell’attesa di una svolta chiarificatrice, un “Deus ex Machina” che mai farà la sua comparsa sullo schermo. I sensi di colpa di Franny, che sente la responsabilità per la morte dei genitori di Olivia, trasformano il benefattore in uno stolker involontario, un invadente “Zio d’America” che spinge la sua generosità oltre ogni possibile limite, turbando l’equilibrio della giovane coppia. La vita che vive nel passato si contrappone, invece, all’accettazione del lutto e alla rigenerazione simbolica del grembo materno.

La dipendenza del protagonista Franny dalla morfina, palliativo per il corpo e fondamento per lo spirito, arricchisce la complessità di una figura irrisolta, che cerca un significato alla propria esistenza attraverso le vite degli altri più che nella comprensione del suo io più profondo.rICHARD

La conferenza stampa che segue la proiezione del film, apre il dibattito sulle possibili chiavi di lettura della pellicola. Richard Gere, intervenuto in sala per la gioia delle tante “addette ai lavori”, si presta rilassato e conviviale alle domande del pubblico tecnico presente in sala: “Il personaggio di Franny- chiarisce l’attore– ha una notevole forza e potenza espressiva dovuta all’alone di mistero che disegna i suoi contorni; di lui si conosce poco, la sua vita passata apre dibattiti sui suoi gusti sessuali, sulla sua reale generosità e moralità.” L’incertezza del personaggio Franny, ci consegna una prova attoriale complessa e multiforme, colorata e monocroma , luminosa ed oscura al contempo,  che avvicina l’attore di Philadelphia e certi grandi del passato. L’entusiasmo con il quale Richard Gere racconta gli aneddoti del set, svela una dimensione umana e filantropa dell’inarrivabile gigolò americano. La paternità conferita all’opera prima di Andrew Renzi è un elemento di continuità fondamentale tra vecchie e nuove generazioni, al quale artisti affermati dovrebbero prestare il fianco. “Renzi- dice ancora l’attore– è un regista di talento, proveniente da certo cinema indipendente che rischia di sprofondare nell’oblio se non analizzato ed incoraggiato con la dovuta attenzione ”.

Il film Franny, interessante e gradevole, maschera con maestria qualche difetto di inesperienza, lì dove si percepisce l’assenza di un vero colpo di scena finale, una risoluzione chiarificatrice e netta, qui troppo fragile e secondaria. Il “Terzo Atto” della sceneggiatura aperto a libere interpretazioni, caro certo al cinema americano (Sofia Coppola su tutti), non sempre risulta efficace e funzionale al racconto. Un’opera prima intensa e riuscita, con qualche peccato di gioventù, qui redento con maestria dal sempreverde Guru e mattatore “Ufficiale e Gentiluomo”.

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Raffaele Patti