Riccardo III, nato per essere Re

Scuro come un thriller psicologico, profondo come solo la tragedia sa essere, pieno di tutto il pathos di cui Shakespeare ha saputo imprimerlo, il Riccardo III è andato in scena al Teatro Ambra Jovinelli da giovedì 22 Ottobre. Un’opera firmata dalla regia e dall’interpretazione di Massimo Ranieri che veste i panni di Riccardo accompagnato da 18 attori d’eccezione.

Una macchina potente questo spettacolo, che fa leva su una costruzione estetica accurata e piena d’impatto. Il gioco raffinato della scenografia, delle luci, dei costumi e delle preziosissime musiche di Ennio Morricone dialoga con l’assonanza tra la lirica di Shakespeare e le tinte scure della messa in scena, investite spesso da squarci di gelido biancore, così come dalla bellezza femminile dei vestiti e dei gioielli, che si oppongono alle ombre della prigione dentro alla quale ruotano tutti i personaggi.

Un impianto molto bello, una scatola che sa accogliere alla perfezione la storia di Riccardo, la sua ascesa verso il trono che si trasforma ben presto in uno stillicidio di delitti: “Ho versato tanto di quel sangue che un peccato tira l’altro”, dice quasi con compiacimento. Riccardo che qui ha il volto di Massimo Ranieri. Un attore che sa sfoggiare, indubbiamente, un innato portamento regale, una voce profonda, una recitazione composta e impeccabile che quasi finisce per stridere con la stortura morale e fisica di Riccardo.

Eppure in questa performance, così perfetta e dosata, si cela anche l’essenza stessa dello spettacolo, che riesce a restituire un quadro dove tutte le voci hanno sempre lo stesso registro, in un insieme organico di disperazione e affanni dove anche l’ultimo dei servi è comunque un maestro di garbo. Come chiarito dallo stesso Ranieri, questo Riccardo è un vero istrione, un maestro della dissimulazione come di perfidia. Cosa manca dunque, o perlomeno, cosa mancherebbe ad un altro Riccardo III che non fosse questo? Il caos, il turbamento, l’errore, che solo saprebbe conferire a un’opera tanto intricata e truculenta, il segno indelebile della realtà.

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Lavinia Martini