Recensione: Paolina al Centrale Preneste

Una storia semplice dal ritmo leggero, che tuttavia porta il bagaglio di un valore preziosissimo: quello della verità. Ed è proprio la verità che irrompe con prepotenza sulla scena a fine spettacolo con una registrazione della vera Paolina che legge le sue fiabe. Massimo Cusato infatti, non ha dovuto guardare lontano per trovare la propria ispirazione, quando ha deciso di fare di sua nonna, Nonna Paolina appunto, la protagonista di questo dialettale monologo. Una nonna vera e al tempo stesso ideale, la nonna di Massimo, come paradigma delle nonne di tutti, che ottiene un permesso dalle alte sfere per scendere sulla terra e raccontare al pronipote Andrea, il figlio di Massimo, le stesse favole che ha raccontato alle due generazioni precedenti. Non ci sono principesse glitterate, non ci sono principi abbronzati né tappeti volanti, ma molti degli elementi che appartengono alle favole della tradizione: uomini che fanno lavori veri e antichi, il calzolaio Mastro Francesco ad esempio, che incontrano personaggi fantastici senza alzare un sopracciglio, che vengono da un mondo che convive con il magico in modo sereno e costante.

Se da una parte Andrea, il pronipote di Paolina, è l’interlocutore ideale delle favole, dall’altra quello reale è il pubblico dei molti bambini che riempiono il Teatro Centrale Preneste. Sedili affollati di ragazzi dai 5 ai 10 anni che rispondono con risate fragorose alle battute e alle espressioni buffe di nonna Paolina, ma anche di genitori che afferrano un po’ meglio il dialetto pugliese della vecchia signora che fa ridere senza alzare un dito, forse perché ha la barba e i baffi folti di Massimo Cusato. Paolina è una nonna al naturale, che non conosce moralismi ma solo il rispetto per le tradizioni, condito da una giusta dose di autoironia. Un po’ un’incarnazione questo personaggio, una nonna che dal Purgatorio parla per il tramite del proprio nipote. Barba, baffi, scarpe con i tacchi e borsetta: mentre si mette il rossetto Massimo/Paolina è una figura senza tempo che racconta storie d’altri tempi.

Sulla scena compaiono pochi oggetti che rimandano alla stanzetta di un bambino: su una microsedia è seduta Paolina, che si esprime con proverbi e detti pugliesi, di cui sfugge qua e là qualche parola. Sono le favole, veramente ben raccontate, ad essere il fiore all’occhiello di questo spettacolo, al quale avrebbe calzato a pennello una storia in più e qualche battuta d’apertura in meno. Mentre la figura di Paolina accompagna perfettamente le parole con le movenze, si crea la giusta aspettativa nel pubblico che non desidera altro che sapere se il fratello scemo l’avrà vinta sui suoi fratelli ancora più scemi. Ma come in ogni viaggo, non è il finale a fare la differenza, quanto la storia nel suo divenire. A Massimo Cusato, che ha affermato di aver sognato lo spettacolo a un mese dalla nascita del figlio, va il merito di aver dato voce ai suoi ricordi in modo persuasivo, di aver creato una dimensione onirica e accogliente fra la veglia e il sonno, la stessa in cui si ascoltano le favole di nonni e genitori da piccoli.

 

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Lavinia Martini

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