Re Lear, oscuro Shakespeare al Globe

Vorremmo accogliere l’invito di Gigi Proietti che salendo sul palco del Globe il 2 luglio diceva al pubblico: “Parlate di noi, ne abbiamo bisogno”. In quell’occasione Proietti presentava al pubblico ancora una volta Sogno di una notte di mezza estate, definendolo “il nostro spettacolo di maggior successo”. La stagione è andata avanti dal 16 Luglio al 2 Agosto con Re Lear per la regia di Daniele Salvo.

Davanti a quest’opera siamo sicuri di vedere il lato più oscuro di Shakespeare, una tragedia dalle tinte fosche che dissemina lo spettacolo di cadaveri, conflitti sospesi, violenza e guerra. Siamo sicuri e non veniamo smentiti. Il lavoro di Salvo opera proprio sulle note più macabre e inquietanti delle passioni che coinvolgono gli esseri umani, quasi barbari in scena, bestie corrotte dal desiderio di potere, di riconoscimento, di prevaricazione.

Re Lear è una tragedia di conflitti generazionali, di irrisolti legami tra figli e genitori, uno scorcio sull’incapacità dell’uomo di trovare in qualsiasi momento della propria esistenza un posto che gli spetti nel mondo senza prevaricare l’altro, chiunque esso sia, anche e soprattutto un consanguineo. Un’anima scura che ha attirato molti registi di teatro in Italia che si sono rivolti negli ultimi anni ancora una volta al più grande scrittore inglese, mettendo in mostra la sua voce più lugubre, l’occhio che indaga la natura dell’uomo dalle sue fondamenta.

Al Globe della tensione di Lear, che porta alla distruzione di tanti individui e diverse generazioni, si nota il risvolto volutamente “drammatico”. Attori a cui viene dato il compito di interpretare uno Shakespeare che si trascina pesantemente per tre ore, facendo sfoggio di un apparato privo di fondamento. Lo abbiamo già visto diverse volte questo teatro, abbiamo già visto questo Shakespeare: quello che confonde la sofferenza con il patema, la parola con l’urlo, il dramma con il melodramma. Questo è un teatro che un po’ ci tradisce, ci dissangua, lasciati così su un sedile di legno ad essere investiti da tanta forma e da pochissima sostanza, da una violenza di parole come da un’assenza di contenuti.

Vorremmo, si diceva, accogliere l’invito di Gigi Proietti e parlare bene di un grande spettacolo e di un grande teatro. Vorremmo, ma non riusciamo. Possiamo invece sottolineare che quando la voce riprende la sua dimensione più naturale, riattivando una comunicazione autentica con lo spettatore, si aprono dei momenti di riflessione preziosi, come quando Lear, cacciato di casa dalla figlia, afferma da vero re “Questo cuore si romperà in mille pezzi prima che io mi metta a piangere”. Oppure quando la vocina stridula del buffone insinua bonariamente il dubbio in Lear di “essere diventato vecchio prima di diventare saggio”. Oppure infine quando la vena più nera di Shakespeare viene disegnata con una scenografia minimale ma potente, un velo trasparente dove si illuminano bagliori di lampi e una luna tondissima che fa da specchio a quella più vera oltre il tetto del Globe.

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Lavinia Martini