Quando la gioventù incontra la poesia

Se si perde solo un minuto a ragionare su questa frase, quello che Flaubert voleva farci capire è che la poesia è esattamente in tutto ciò che ci circonda. Lo è nei semplici gesti di vita quotidiana, nel regalare un fiore, nell’ascoltare un cd, nel comprare un libro, nell’aiutare una signora anziana a attraversare la strada, nel giocare con un bambino. Non c’è da stupirsi se questa, la poesia ovviamente, entra nella vita di ognuno di noi. E cosa accade quando incontra un giovane ragazzo? È in uscita proprio in questi giorni, precisamente il 15 Ottobre, il libro di Simone di Biasio, Assenti ingiustificati promosso dalla casa editrice EdiLet (Edilazio Letteraria) diretta da Marco Onofrio. Una raccolta di dieci poesie che vanno a formare il suo primo libro poetico battezzato da Claudio Damiani, poeta italiano, che lo ha scelto a Febbraio 2013 tra i vincitori del Premio “I Tredici” del Centro di Poesia di Roma in Campidoglio.
Simone è un ragazzo di 25 anni semplice e alla mano, con sogni nel cassetto come tutti i ragazzi di oggi. Nato a Fondi, in provincia di Latina, laureatosi in Comunicazione a “La Sapienza” di Roma, è giornalista pubblicista e lavora come ufficio stampa per eventi ed Enti pubblici e privati. Non è la prima volta che si avvicina alla poesia. Possiamo dire che, quel cassetto, lui lo ha aperto già anni fa e ha iniziato a fare prendere aria a quei fogli e a quel taccuino che teneva chiuso lì dentro. Ha, infatti, partecipato a diversi concorsi ed è stato tra i premiati del Concorso internazionale di poesia “Castello di Duino” a Trieste. Nel 2011 ha vinto il Premio di Poesia “E. Cantone” a Savignano sul Rubicone e, sempre nello stesso anno è stato premiato con la “Coppa Cinelli” al concorso nazionale “Latina in versi”. {ads1} Il titolo della raccolta colpisce subito il lettore. Come puoi spiegarci cosa vuol dire Assenti ingiustificati?
Innanzitutto è il titolo della poesia eponima, quella che ha dato un senso a tutta la silloge. Nasce da un fatto di cronaca, da una riflessione sul terremoto in Emilia, mentre ero spaparanzato sul divano a guardare “Porta a porta”. Come potrete immaginare, il conduttore era con una bacchetta in mano ad indicare le aree italiane a maggior rischio sismico, si discuteva sul fatto che avrebbe potuto essere previsto e cazzate simili. Scrissi di getto e la chiusa sfornò il titolo: il senso – lo spiega benissimo Damiani – è che la Natura ci offre tutti i giorni, da miliardi di anni, l’opportunità di andare a scuola. A noi piace mainarla e poi, interrogati, non troviamo mai la giustificazione giusta. Terremoti succedono da sempre, ogni giorno, dentro le case e dentro noi stessi, eppure sembra non abbiamo imparato nulla.
Ps. Da quel giorno giuro di non aver più visto “Porta a porta” (so che avrei dovuto smettere prima).

Nelle tue poesie parli spesso di “dialetto” e fai vari richiami alla tua terra natale. Da un giovane scrittore quale sei, quanto credi sia importante nella lingua scritta e, di conseguenza in quella parlata, l’importanza del dialetto in una società dove, a volte, la comunicazione fatica a arrivare?
Più che il dialetto, è in primis la terra in cui viviamo ad influenzare le nostre abitudini, quindi anche la nostra scrittura. Guerra diceva che “Parliamo in modo diverso se piove o se ci batte il sole sulla lingua”, che non significa essere meteoropatici, ma figli dell’ambiente in cui cresciamo. Se fossi nato in un posto senza accesso al mare o senza la corona di monti a proteggerlo, ora tu non avresti letto in Assenti ingiustificati la stessa poesia. Il dialetto comunque torna, sì. Anzi, ti svelo che nel cassetto ci sono una decina di componimenti inediti in vernacolo: la prima volta che ne scrissi uno – circa un anno fa – piansi. Avevo partorito qualcosa di molto vicino alla mia natura.

C’è chi dice che la poesia è morta, che la letteratura non salva nessuno. Quanto ritieni sia falsa e poco credibile un’affermazione del genere?
C’è anche chi dice che Micheal Jackson non è mai morto. Forse per me è un po’ presto per rispondere ad una domanda del genere. È come se mi chiedessi: “chi siamo?”, “da dove veniamo?”, “dove andiamo?”; ti risponderei: “boh, siamo gente che cammina…”. Per Rondoni “la poesia mette a fuoco la vita”, per altri è una malattia della mente. Credo sia vero che doni vita alla vita, che rappresenti una vita al quadrato. Personalmente la poesia non è una maniera di scrivere, ma di vivere. Una maniera di guardare le cose. L’occasione che il dettaglio mi porge per farsi scrutare.

Cosa significa per te avere, nel tuo libro, la prefazione di Claudio Damiani?
Damiani è uno dei più grandi poeti italiani contemporanei e già il fatto che mi scelse tra i vincitori del premio I Tredici del Centro di Poesia di Roma mi riempì di gioia. Oggi mi inorgoglisce leggere la sua prefazione alle mie poesie perché significa che c’è ancora attenzione verso le nuove generazioni. In fondo di Claudio non ho mai diffidato. Da quando ci siamo conosciuti mi ha sempre trattato come un amico, donandomi sinceri consigli. La scoperta delle sue poesie è stata folgorante: ha cambiato la mia vita ed anche il mio modo di scrivere e di riconoscere la poesia.

Simone ci racconta ciò che è “Meno facile” ma che in fondo sarebbe migliore se solo ci impegnassimo tutti un po’ di più. Racconta chi sono “Nonna Francesca” e “Korinne” come qualcosa che “e se la vedi da un altro angolo/ è pure a righe e colorata/ come la vestaglia da notte”.
È giovane e “inesperto”, ma già dalla prima poesia rimarrete a bocca aperta. In Identità di carta riesce in modo ironico, beffardo, spiritoso ma tristemente veritiero, a raccontare una scena in cui ognuno di noi si è trovato almeno una volta, se non di più, nella vita. Curiosi? Non rimane, a questo punto, che correre in libreria e poi scegliere il luogo, quello dove ci sentiamo veramente liberi e rilassati, aprire i libro e farsi cullare dalle parole di Simone.

(Foto a cura di di Davide Naldi)

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Flavia Capoano

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