Psicoteatro con Cristobal Jodorowsky

Dal padre Alejandro, per il quale è stato primo collaboratore e assistente, ha appreso le tecniche di psicomagia, psicogenealogia e dei tarocchi sviluppandone gli aspetti legati allo sciamanesimo. Lo piscosciamanesimo, descritto nel suo libro Il collare della tigre dove viene narrata la sua faticosa emancipazione dalle schiavitù genealogiche, è il frutto dei suoi viaggi in America Latina, in special modo in Messicio, in Perù e Venezuela. La lunga performance durata più di due ore sembra condensare l’inconsueta poliedricità di questo artista; le arti professate nel corso della sua esistenza, la poesia, la scrittura, la pittura, il cinema rivivono nel magnetismo del suo sguardo e della sua facondia. Sul palco in legno nessuna scenografia lo assiste; solo la carta dell’arcano maggiore de “Il Matto“, autentica figurazione a grandezza d’uomo, di tutto l’intero spettacolo. Ogni parola o gesto di Cristobal non è altro che una magica emanazione di ciò che quell’immagine rappresenta. La follia di Jodorowsky è un invito alla follia, un tentativo di contagio permeato da un furore teso a celebrare la vittoria sui deleteri condizionamenti del mondo. Una risata beffarda, ammiccante, ma dosata con sapienza disturba continuamente la compostezza dello spettatore, avviluppato nella suo ombrosa urbanità. Nucleare, nel racconto incalzante condito da sagaci barzellette, è la metafora dell’uovo dentro il quale è rinchiuso – come ricorda senza posa lo stesso attore – il nostro vero essere oscurato dall’involucro dell’ego che governa la nostra vita, impedendone la naturale evoluzione.

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Ammaliante poi, è la teatralizzazione del complicato rapporto che negli anni si instaura tra il nostro io più profondo e il suo acerrimo nemico, l’ego appunto, che nella mimica eloquente di Cristobal diventa ora un bambino capriccioso inchiodato nella sua sterile ostinazione, ora un rettile che allunga e ritira ininterrottamente la sua lingua come ad esprimere il suo stallo, ora un uomo colto nella stoltezza del suo sguardo con il dito nelle sue cavità nasali. Ascoltare la parola psicoteatro avulsa dal suo contesto potrebbe provocare dei fraintendimenti o una più banale diffidenza ma assistere alla sua declinazione oltre a svelarcene l’essenza ce ne fa sentire i benefici; l’intera conferenza è una serie ininterrotta di percosse tese a perforare il velo oltre il quale come un parassita latita la nostra illusione di felicità. E non è di certo un caso che Cristobal, serbi una singolare predilezione per la parola pericolo, intesa, nella sua accezione più profonda, come cimento. Rintanato nel proprio guscio l’uomo rifiuta le sfide rischiose, ignorando come senza di esse rimanga preclusa qualsiasi possibilità di crescita.

Senza esporne la sua inafferrabile profondità e come a completare il suo peregrinante monologo, Jodoroswky ha voluto rivelare alcuni significati presenti nell’arcano de “Il Matto“; di rilievo quello sul cane che si adagia molesto con le zampe anteriori sulle gambe del giullare: perfetta incarnazione dell’ego che tenta di distogliere l’uomo dai suoi obbiettivi. Compito di ognuno di noi è quello di ammansirlo rendendolo incapace di nuocere alla nostra anima. La stravagante lezione di Cristobal è una partecipata esortazione a vestire i panni del buffone medievale incurante nella sua naturale armonia delle derisioni altrui perché, come Cristoforo Colombo, intento a seguire la propria rotta e a uscire dall’uovo.

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Filippo Deodato

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