Postmodern Jukebox: una festa in stile grande Gatsby

Se è vero che in musica ormai non c’è più nulla da inventarsi (considerati mostri sacri come Chuck Berry, James Brown e a seguire i Beatles, Michael Jackson e tanti altri nomi che hanno fatto la storia della musica), forse vale la pena “riciclarla”: è quello che fanno gli Scott Bradlee’s Postmodern Jukebox.

POSTMODERN JUKEBOX“A trip back in time”: così ha definito lo spettacolo LaVance Colley, salendo sul palcoscenico della Sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica, che ieri ha ospitato i Postmodern Jukebox in una delle due date italiane del loro tour. Nati dall’idea di Bradlee Scott, la band americana è nota per i riadattamenti in chiave jazz, R&B e swing di grandi successi contemporanei, che risultano così completamente trasformati, a tal punto da non riuscire a decifrare subito il brano in questione. Giunti al successo grazie a YouTube (ad oggi 500milioni di visualizzazioni), i Postmodern Jukeboxe riuniscono ben 70 membri: sul palcoscenico romano c’erano cinque vocals (Maiya Sykes, Robyn Adele Anderson, Von Smith, Sara Niemietz e LaVance Colley, che ha fatto anche da presentatore), accompagnati da piano, batteria, contrabbasso, sax e trombone. Sullo sfondo, una scenografia essenziale ma comunque d’effetto, per quella che alla fine si è rivelata una festa in stile grande Gatsby. Così si parte dal jazz anni ’20 con Call me maybe di Carly Rae Jepsen interpretata da Robyn Adele Anderson, al fianco di una meravigliosa ballerina di tip tap: voce pulita e “strong” quella della Anderson, come d’altronde anche quella di Sara Niemietz, che però in cerca di virtualismi a volte eccede. Contrasto, questo, che emerge ancor di più nel confronto con una black voice come quella di Maiya Sykes, che tra licks e scat fa davvero sognare, prima con l’interpretazione di I’m not the only one di Sam Smith, rivisitata sempre in chiave charleston, poi con Creep dei Radiohead, emozionando il pubblico in sala. E che dire di LeVance Colley? Falsetti, note mai toccate da un essere umano probabilmente, rendono l’interpretazione di Halo di Beyoncé semplicemente straordinaria, tanto da fargli guadagnare una standing ovation meritatissima (complice anche il riadattamento in stile Motown, esguito solo con piano e contrabbasso).

Tuttavia, nonostante le ottime performances e i divertenti sketch che vedono protagoniste le tre “reginette” della serata (come nell’interpretazione di All about that bass), il coinvolgimento resta un po’ marginale. Parlavamo di emozioni, già, forse troppo poche, perché per quanto siano ben eseguiti i brani, musicalmente e vocalmente, le esibizioni sembrano essere fini a sé stesse: diciamo che se vai a sentire un concerto quello che ti aspetti non è proprio lo stesso identico effetto di YouTube, ma immagini qualcosa di diverso. Colpa del “concetto” di cover? Possibile. Possibile colpa anche di una carenza di “show”: buona l’idea della ballerina che balla il tip tap, ma ripetere la stessa esibizione più volte, solo cambiando abiti di scena (o addirittura adattandola in contesti musicali in cui sembra non azzeccarci granchè) non da molto dinamismo alla scena. Considerato quindi il potenziale, ci auguriamo di tornare a vedere i Postmodern Jukebox con qualche brivido in più.

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Twitter: @ludovicapal

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Ludovica Pallotta