Pop Up, un fossile di cartone umano

Ci sono libri pieni di immagini, oppure pieni di parole o semplicemente pieni di vita. Così il libro è al centro di Pop Up, un fossile di cartone animato, spettacolo della compagnia Sacchi di sabbia, con la regia di Giulia Gallo, che firma anche i libri che “contengono” figurativamente la narrazione.

Perché il libro? Uno strumento così importante, che ha accompagnato la storia dell’essere umano fin dall’antichità, possiede, anche nella società della tecnologia e dei supporti digitali, la nostra società insomma, una centralità indiscutibile. Lo spettacolo lo dimostra, coinvolgendo alcuni aspetti di una potenzialità di questo oggetto praticamente sconosciuta: il fatto che il libro, la carta, una pagina, sia il primo contenitore per una narrazione fatta di immagini.

Intorno a un nucleo minimale, una sfera bianca, si disegnano diverse possibilità e infinite declinazioni: il piccolo cerchio diventa un’astronave, una luna piena, uno squalo enorme. Ma è prima di tutto un bambino, senza segni particolari, che si fa interlocutore come portavoce di un’emotività umana universale.

L’intreccio si articola in quattro sequenze, a cui corrispondo altrettanti colori (giallo, rosso, blu e grigio), che descrivono diversi scenari, come lo spazio, un bosco, il mare. Con il sostegno delle due attrici Beatrice Baruffini e Serena Guardone, che costruiscono una mimica caricata, a discapito della parola, praticamente assente, la storia si svolge, si crea davanti al pubblico composito del Centrale Preneste.

Nella presenza del bambino, dei bambini in sala, delle attrici e soprattutto del libro, si esprime compiutamente l’elemento umano dello spettacolo, che ha il merito di intrecciare una grande evocatività con il senso stesso della presenza dell’uomo in scena. Perciò la tecnologia e l’animazione vengono qui messe al servizio di un pubblico che ne fruisce in modo irripetibile ed artigianale, un linguaggio praticamente universale quanto misterioso, capace di lasciare il giusto spazio alla suggestione e all’immaginazione.

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Lavinia Martini