Pink Floyd Legend, il mito rivive

Pink Floyd LegendUn monumentale omaggio a uno dei più grandi gruppi della storia del rock, in cui ogni parte trova il suo incastro e tutto funziona alla perfezione. Uno show dei Pink Floyd Legend è questo, e molto di più. Da una tribute band è lecito aspettarsi, naturalmente, una qualità del suono e una fedeltà quasi maniacali, eppure non si può non restare colpiti da quanto effettivamente il sound sia accurato e perfetto. In scena all’Auditorium Conciliazione di Roma lo scorso 21 novembre, bastano poche note per capire perché il gruppo composto da Fabio Castaldi, Andrea Fillo, Alberto Maiozzi e Simone Temporali sia considerato uno dei migliori tributi italiani ai Pink Floyd. Quello che va in scena è uno spettacolo vero e proprio, che in più di due ore coniuga musica ed effetti visivi e scenografici di grande impatto. La scelta del primo brano in scaletta, Astronomy Domine, riporta immediatamente alle radici della musica floydiana: all’era di Syd Barrett e The Piper at the Gates of Dawn, primo album che vide la luce nell’ormai lontano 1967. E come seguendo un fil rouge musicale invisibile arriva subito dopo Shine on you Crazy Diamond, struggente omaggio composto per Barrett dopo la sua uscita dal gruppo.

Forse uno dei brani che più di tutti sono stati un esercizio per ogni chitarrista alle prime armi: accessibile eppure (quasi) inarrivabile. Scegliere di eseguirlo all’inizio è la migliore delle presentazioni, capace di sussurrare all’orecchio del pubblico che il meglio dovrà ancora venire. Obiettivo raggiunto, naturalmente. Segue subito dopo un tris dal celebre The Dark Side of the Moon: Time, Brain Damage e The Great Gig in the Sky. Con le atmosfere siderali di Echoes torniamo invece alle origini del genere space rock, mentre sullo schermo scorrono sequenze da 2001: Odissea nello Spazio. Fine della prima parte del concerto: la band esce per una breve pausa e torna dopo pochi minuti accompagnata da coro e orchestra. E qui ha inizio uno show completamente diverso. Ad una prima metà più intimista fa seguito lo spettacolo vero e proprio. Non si può dunque non affrontare il capitolo The Wall. Dal concept album più famoso della storia della musica i Pink Floyd Legend eseguono In the Flesh e, ovviamente, Another Brick in the Wall, dove un gigantesco e minaccioso pupazzo-insegnante fluttua nell’aria sopra la band. Il tutto è visivamente accompagnato dalle scene estratte da Pink Floyd – The Wall, trasposizione cinematografica del disco.

Pink Floyd Legend

Ma è l’esecuzione integrale della suite Atom Heart Mother la punta di diamante della serata. Una colossale composizione per gruppo, coro e orchestra di più di 20 minuti, dall’omonimo album che consacrò definitivamente la band britannica al progressive rock, e che vale una vera e propria standing ovation degli astanti. I saluti vengono invece affidati a Wish you were here e Comfortably Numb. Del progetto Pink Floyd Legend impressiona soprattutto la dedizione ad armonizzare le diverse componenti: luci tridimensionali, scenografie tematiche, musica e soprattutto sound ineccepibile danno forma ad un tutt’uno omogeneo, tanto credibile che chiudendo gli occhi si potrebbe immaginare di star davvero ascoltando Waters, Gilmour, Wright e Mason all’opera. Il risultato è un atto di riverenza all’essenza stessa di quel che sono stati i Pink Floyd. Non solo musica, ma un’imponente opera rock in grado di unire suono e narratività, regalando al mondo quei riff eterni che hanno fatto la storia.

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Viola D'Elia

Nata 27 anni fa, ha vissuto a Roma, Istanbul e in India. Sempre pronta a fare le valigie, sogna di vedere ogni angolo di mondo. Oltre a coltivare ambizioni alla Jules Verne, i suoi interessi includono accumulare libri, la musica e il cinema. E’ capace di commuoversi ogni volta che rivede Hugo Cabret; ama scrivere e fare domande, ma non riceverne. Specialmente di lunedì mattina. Crede fermamente nella filosofia di Big Fish: «Tenuto in un piccolo vaso il pesce rosso rimarrà piccolo, in uno spazio maggiore esso raddoppia, triplica o quadruplica la sua grandezza».