Mucha, Capolavori dell’Art Nouveau al Vittoriano

Storie di vita vissuta in mostra al Complesso Vittoriano – Ala Brasini dal 15 aprile all’11 settembre 2016 –   che dedica una monografica all’artista ceco Alfons Mucha (1860-1939) uno degli artisti più celebri d’Europa nonché padre putativo dell’Art Nouveau  a cavallo tra fine ottocento e inizio novecento. Legato a doppio filo alla Parigi della Belle Epoque e all’amore patriottico incondizionato per il suo paese alle prese tra guerra mondiale e l’indipendenza ha usato il suo poliedrico talento per comunicare con le sue opere la sua visione filosofica del tempo, un mondo in piena trasformazione che Mucha ha interpretato coerentemente nella sua visione utopica fino all’ultimo dei suoi giorni auspicando un’unione spirituale di tutti i popoli slavi e una pace perenne e duratura senza pericoli e minacce di invasioni straniere.

Nato nel 1860 a Ivancice in Moravia, che all’epoca faceva parte dell’Impero Austro-Ungarico, sin da piccolo mette in mostra le sue doti per le arti figurative e dopo un’esperienza formativa a Vienna come scenografo rientra in Moravia dove si dedica anima e corpo a decorazioni e ritratti. Decisivo l’incontro con il conte Belasi di Mikulov che impressionato dal suo lavoro decorativo ad affresco nei suoi castelli in Moravia e Tirolo decide di sostenerlo economicamente con un sussidio presso l’Accademia delle Belle Arti di Monaco di Baviera. Nel 1887 si trasferisce a Parigi cuore pulsante artistico e culturale europeo e terreno di caccia ideale per le sue poliedriche attività favorite dagli incontri con I Nabis – pittori simbolisti che si catalizzarono intorno a lui – con Paul Gaugain e l’attrice Sarah Bernhardt che giocherà un ruolo decisivo nello sviluppo della sua carriera. E’ il 1894 e l’attrice sta per debuttare in una pièce teatrale dal titolo Gismonda, ma nessuno dei manifesti disegnati la soddisfa, Mucha è l’ultimo rimasto e in pochissimo tempo realizzerà un poster che lascerà la Bernhardt senza fiato con le sue linee morbide, le forme floreali e l’incarnato sensuale ed etereo della donna, un vero e proprio manifesto che decreterà la nascita del cosiddetto Stile-Mucha. Un brand unico che lo renderà il più grande cartellonista del suo tempo e il più grande pittore decorativo del mondo, un successo che lo porterà negli Stati Uniti a contatto con le alte sfere e i salotti buoni che Mucha frequentò non per vanto, ma solo per coronare il suo sogno di rientrare a Praga e dedicarsi anima e corpo all’impresa della sua vita: L’Epopea Slava.

Opera complessa iniziata nel 1910 e terminata nel 1928 costituita da venti tele di dimensioni colossali (6×8 metri) in cui il nostro racconterà gli eventi salienti della storia slava, un vero e proprio testamento patriottico e spirituale da lasciare ai posteri durante lo scorrere tragico degli eventi bellici e la successiva liberazione della Cecoslovacchia nel 1918. Mucha morirà a Praga nel 1939 rimanendo fedele ai suoi ideali, la sua arte sarà sempre un volano perpetuo di spunti e riflessioni intrise di un soffuso sentimento mistico frutto di un talento straordinario forgiato da una sofferenza consapevole. La mostra curata da Tomoko Sato, curatrice della Fondazione Mucha dal 2007, organizzata e prodotta da Arthemisia Group è composta da circa 200 opere tra dipinti, manifesti, disegni, opere decorative e gioielli ripercorrono l’intero percorso artistico di Mucha appositamente suddiviso in sei sezioni tematiche. La prima è incentrata sugli anni bohemien a Parigi con La Gismonda in bell’evidenza quale spartiacque della sua fama, alla quale si accompagnano una serie di disegni iniziali che testimoniano la sua solida formazione accademica. Nella seconda viene sviluppato con veemenza lo stile Mucha con litografie caratteristiche, pannelli decorativi esempi veri e propri di arte pubblicitaria e i Documents Decoratifs veri e propri prototipi di design creati ad h.o.c. per diffondere i valori estetici nella produzione artistica artigianale. La terza sezione consolida l’ascesa di Mucha sia a Parigi con i lavori decorativi al padiglione bosniaco per l’Esposizione Universale del 1900 che oltreoceano dove Mucha dedicherà particolare attenzione al mondo del teatro con i manifesti per le attrici Leslie Cartier e Maude Adams da un lato e le decorazioni dei pannelli del nascente German Theatre di New York dall’altro. Il suo periodo mistico spirituale è oggetto della quarta sezione, siamo a fine Ottocento e Mucha rimane profondamente influenzato dal drammaturgo svedese August Strindberg entrando a far parte della massoneria cittadina, i cui ideali sono perfettamente illustrati nel libro Le Pater a cui si aggiungono una serie di opere a pastello a tinte espressioniste. Nella penultima sezione è il senso patriottico di Mucha, rientrato a Praga nel  1910, a permeare le sale espositive grazie ai disegni preparatori dell’Epopea Slava e ad una grande varietà di lavori eseguiti in patria a cavallo tra guerra e indipendenza, mentre nell’ultima è il destino della sua Cecoslovacchia indipendente il motore tematico del suo esistere artistico, una visione filosofica dell’unità slava quale punto cruciale contro le minacce esterne del mondo. Emblematica in tal senso l’ultima opera progetto non finita, il trittico allegorico su amore, saggezza e ragione ideali imprescindibili per un artista universale che merita assolutamente di essere riscoperto e approfondito.

 

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Fabio Bandiera