Mostra: L’Armenia. Il popolo dell’Arca

Dal 6 marzo al 3 maggio 2015 nelle sale espositive del Complesso del Vittoriano sarà possibile immergersi nella millenaria storia di una delle più floride culture del mondo antico. La mostra a cura dell’Unione Armeni d’Italia che si è avvalsa della preziosa consulenza di Vartan Karapetian è gratuita e oltre a raccontare la tradizione e i simboli dell’Armenia commemora nel suo centenario l’attentato alla sua civiltà, Il Genocidio Armeno, perpetrato nel 1915 dall’Impero Ottomano. In quell’orribile massacro solo poche centinaia di migliaia di persone sopravvissero e più di due milioni e mezzo persero la vita.

L’intero percorso dell’esposizione, nelle sue sette sezioni, intende ricostruire il patrimonio materiale e simbolico dell’Armenia cristiana attraverso il tempo, dalla lontana epoca della conversione, quando il regno armeno era conteso tra impero romano e sasanide, fino alla prima metà del XIX secolo, con Venezia e Vienna sedi in cui si espanse la rinascita favorita dall’ordine mechinarista e la Kostantinniyye ottomana e la Tiflisrussa come due fulcri di risveglio intellettuale per gli armeni occidentali e orientali.

L’Armenia fu la prima nazione ad adottare il cristianesimo come religione di stato. Un giorno Gregorio di Cesarea, predicatore nella Cappadocia approda in queste terra di origine vulcanica pervasa da un vasto materiale lapideo; l’uomo già votato a Cristo rifiuta di sacrificare agli dei pagani e viene arrestato, torturato e fatto gettare dal re Tiridate nella profonda prigione di Khor Virap nelle campagne ai piedi del monte Ararat dove si era arenata l’arca del patriarca Noè (le scene della torture sono descritte nel quadro presente in mostra). In seguito al martirio di alcune vergini cristiane il sovrano in preda alla follia viene trasformato in un cinghiale. Una volta liberato Gregorio promette di restituirgli le sembianze umane in cambio della sua conversione: nell’anno 301 l’evento da inizio alla cristianizzazione del popolo armeno.
La cultura cristiana sia dopo la diaspora a partire dall’ultimo quarto del secolo XIV con la caduta del regno armeno di Cilicia sia in seguito alle deportazioni e all’ecatombe ad opera dei turchi impedì il disgregamento del senso identitario di questo popolo. Ogni oggetto presente in mostra riflette il legame profondo della civiltà armena con la sua religione. Le croci incise nella pietra, i codici miniati, il tappeto con i suoi motivi geometrici, la tele in lino in cui vengono raccontati i momenti della liturgia testimoniano la volontà degli armeni di sopravvivere alle loro tragedie. Sono l’espressione della loro resilienza del cui significato e valore si è ampiamente discusso in una commossa conferenza stampa arricchita dalla presenza dell’attore Paolo Kessisoglu (anche lui di origini armene) che ha voluto ricordare il monito di Gramsci mentre si compiva il massacro di uscire dalla “palude dell’indifferenza”.

Elie Wisel diceva che l’ultimo atto di un genocidio è la sua negazione e rimuoverlo o dimenticarlo significa renderlo perfetto e cioè replicabile. Ecco perché sarebbe bello che più persone salissero su questa sorta di arca-mostra allestita con cura non solo per mostrare ciò che dal diluvio della storia si è miracolosamente salvato ma perché l’orribile non si ripeta.

porta armena

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Filippo Deodato