Mario Sironi pittore della solitudine e della fatica del vivere

 Il complesso del Vittoriano è la cornice entro cui è possibile ammirare dal 4 ottobre 2014 all’8 ottobre 2015 la magistrale retrospettiva su Mario Sironi; è il monumento nazionale che con la sua imponenza e il suo significato allegorico più di ogni altro è in grado di riflettere le aspirazioni che hanno pervaso lo spirito dell’autore e la sua fascinazione per la grandiosità della Città eterna. Mario Sironi nasce il 12 maggio del 1885 da genitori lombardi a Sassari nella Sardegna di cui forse erediterà le asprezze; dopo il suo primo compleanno la famiglia si trasferisce nella città di Roma dove avverrà la sua formazione. L’arte nel sangue dei Sironi è un elemento ricorrente che scorrerà presto anche nel secondogenito Mario, il quale dopo la prematura morte del padre nel 1898, compie prima gli studi tecnici per poi iscriversi alla facoltà di ingegneria che abbandonerà poco dopo, in seguito alla prima crisi depressiva culmine di un disagio esistenziale che tormenterà tutta la sua esistenza. Nella solitudine della sua stanza medita sui testi di Heine, Leopardi, Nietzsche, Schopenhauer, e studia il piano manifestando una certa predilezione per la musica di Wagner. Preziose però sono le esortazioni dello scultore Ximenes e del pittore Discovolo che lo invitano ad iscriversi a Scuola Libera del Nudo in via Ripetta dove provvidenziale è l’incontro con Boccioni, al quale nonostante qualche incomprensione rimarrà legato fino alla morte di quest’ultimo che lo coglie durante un’esercitazione militare. Frequenta lo studio di Balla e si sente inizialmente attratto dalla corrente divisionista che lo porterà a dipingere senza alterare la solidità delle forme La madre che cuce (1905-1906). 

Sebbene questa stupenda esposizione non esaurisca la complessità del travagliato percorso dell’artista pure è possibile rintracciarne i passi essenziali che lo hanno contrassegnato, partendo da quel suo Autoritratto (1908) in cui dalla cupezza di uno sguardo già ferito dalla vita sporge una fierezza che si propone di sfidarla.
Si avvicina al futurismo del quale, nonostante non condivida i propositi iconoclasti, ammira le volumetrie tese ad esprimere la solidità della materia; gli esiti delle sue ricerche di quegli anni gli valgono i primi favorevoli interventi critici come quello di Boccioni e di Maria Scarfatti – di cui in mostra il bellissimo ritratto – poi amica dell’autore che ravvede nei suoi lavori «un’arte di sintesi e di semplificazione estrema”. Terminata la guerra a Roma trova l’arte di De Chirico e di Carrà capaci di travalicare le apparenze della realtà e l’esperienza dei sensi; il manichino dipinto ne La lampada (1919) ne è un’eco sebbene il suo temperamento drammatico esprima una metafisica più umana, incarnazione del modo proprio di Sironi di penetrare le cose e le situazioni. Si trasferisce a Milano dove vive per un certo periodo lontano dalla moglie Matilde Febbrini con la quale era convolato a nozze nel luglio del ’19; nell’angoscia di quei giorni nascono i suoi desolati paesaggi urbani che esprimono il senso di solitudine dell’uomo moderno e la durezza delle atmosfere periferiche. La preponderanza del tragico che investe gran parte delle sue opere non sprofonda mai nella disperazione perché immutabile rimane la fede dell’autore nella solidità dell’essere che diventa – come ricorda la curatrice Elena Pontiggia – nelle salde figure eternità laica.
I soggetti di Sironi non appartengono al patrimonio mitologico greco; non è in quell’universo che attinge la sua energia creatrice ma sono Picasso e Michelangelo ad ispirare il titanismo dei suoi personaggi e la primordialità biblica delle sue famiglie.

Certamente ciò che forse influirà negativamente sulla sua figura è l’adesione all’ideologia fascista nella quale si consuma la sua illusione di trovare, come scrive la nipote Romana Sironi «l’auspicato “stile di vita” che avrebbe dovuto rigenerare gli italiani, e l’arte, con la sua funzione educatrice»; in realtà neppure dal fascismo la sua arte priva di slanci propagandistici e di vuoti trionfalismi riceverà un degno riconoscimento. Abbraccia la pittura murale che considera non un canale per esprimere una tecnica bensì un modo nuovo di pensare l’arte nel tentativo di annullarne le istanze borghesi. La fine della guerra e il disfacimento dello stato lo spingono però a dipingere quadri che sottendono un’anelito alla spazialità dell’affresco come anche Pollock azzardava negli stessi anni in America.

Nelle ultime opere, come i due quadri dal titolo Apocalisse, si condensano in maniera tumultuosa e angosciante gli episodi che, come le due guerre e il suicidio della figlia Rossana, minano la sua idea di costruzione degli inizi e lo portano a maturare l’amara consapevolezza che agisce nel mondo uno spirito invincibile capace di ostacolare molti dei propositi che abitano l’uomo. E se le sue opere commuovono ancora oggi lo dobbiamo a quella rara capacità di cui sono testimonianza: conservare la lucidità pur nel grande dolore che ci attraversa, senza lasciare che adulteri la verità che si era deciso di servire.

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Filippo Deodato

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