Mai più vittima

Uno spettacolo che continuerà ad andare in scena finché ci saranno casi di femminicidio. La protesta non si ferma. Un teatro dallo sfondo nero, il buio e il freddo di una bara, un funerale, in scena, la voce di una donna, un donna in cinta. L’attrice è seduta in platea e cammina tra il pubblico silenzioso e attento. «Ti chiamerò Gabriele! A forza di aspettare mi sono ammalata il cuore!» E come crescere il suo bambino? Con i maschietti è un compito arduo: «Lo devi addomesticare bene, altrimenti lui addomesticherà te!». Le scelte sull’educazione degli uomini e la relazione con la donna, il rispetto del suo ruolo di madre e di moglie fanno parte di una missione e di una scelta di vita difficile, a cominciare da quella del compagno: «Tra l’uomo senza spina dorsale e quello che poi me l’avrebbe rotta, ho scelto il secondo». Ma questo è anche il racconto di un uomo che prende il sopravvento su una donna, già abituata a sottostare dalla famiglia, sorella di due fratelli gelosi, ha imparato presto che cosa fa una brava donna di casa. La madre le ha insegnato fin da bimba le mansioni domestiche che una donna da bene deve saper fare, le faccende che vanno fatte a dovere e subito, altrimenti per lei un bel ceffone. Compiti da svolgere assennatamente, oppure sono botte.

Molestie figlie delle nevrosi e delle frustrazioni di una madre casalinga che insegna a sua figlia come diventare simile a lei, a quel modello di donna. Meglio casalinga che disoccupata, meglio saper cucire, fare il bucato, stare a casa ad aspettare gli uomini. Aspettare il ritorno con la paura tra le mani, nell’incertezza di una vita vuota, di dedizione opaca. A soddisfare le esigenze che mai chiedevano ma, sempre, pretendevano, senza affetto e con una fisicità già morta. Perché vivere senza abbracci è come morire dentro, morire di freddo. Ed è così che la protagonista muore e solo così, la donna può avere le dovute attenzioni, le ossequie di un funerale, triste finale che paradossalmente compensa il senso di desolante solitudine di una vita intera. Morire o lasciarsi morire, l’unica via per svelare un verità occultata e taciuta. Storie di droga e desolazione, di dipendenza e di sperpero del denaro nel segno dell’incoscienza, mentre la brava mamma, attende. E rabbia, malattia, dolore, indifferenza. Il frutto del proprio grembo, come il cane più molesto e imprevedibile che ci sia. Figlio uccide la madre, a colpi di pistola. Un segno della Croce, e così sia. Un figlio malandrino che l’ha sempre spuntata, drogato e nullafacente, un adulto che gioca ancora con la vita alle spalle della madre: «Tanto mamma non lo sa!» E invece sa tutto, sente proprio tutto: «Ti esce il sangue dal naso!» Lo stesso sangue in cui hai lasciato tua madre morire.

Il senso di disperazione di una madre zimbello del proprio figlio, sfruttata fino all’osso, finché non la chiude in una tomba.
Uno scroscio di applausi chiude questa mezz’ora di monologo, questo piccolo scorcio di una realtà tanto banale e famigliare ma troppo spesso celata dietro quattro mura e soffocata da una coltre di finta normalità. Una rappresentazione che parla di vita autentica, di una storia monotona fino al drammatico e sorprendente finale, proprio quello con cui si apre la scena.

‘La sgambatura’, secondo monologo, è invece la storia di una fuga, un’adolescente fuggitiva per sottrarsi alle molestie di un padre violento. Abbandonata, desolata, la sua anima cerca la libertà. La richiesta di aiuto disperato, un uomo in divisa che rappresenta finalmente il testimone di una denuncia sottratta al silenzio e soffocata dalla sofferenza. Purtroppo però questa donna è recidiva e ricade, inesorabilmente, nel loup di una routine quotidiana accanto ad un uomo violento, questa volta suo marito. All’inizio della relazione, dolce amante attento e comprensivo ma che diventa un carnefice spietato e la rovina di una femminilità già instabile e, forse, ormai perduta.

Ruoli intensi, interpretati da bravissime attrici, in grado di comunicare emozioni coinvolgenti e commoventi e di regalare immagini di un vissuto rappresentato in tutti i particolari e le sfumature più forti e più autentiche, per riportare lo spettatore ad una realtà facile da riconoscere, in cui davvero ci si può immedesimare. Per questo il messaggio è efficace, arriva e colpisce ed è un monito per non accettare mai più simili forme di frustrazione e prostrazione del corpo di una donna: vittima e figlia, vittima e madre, vittima e moglie.

Eva Del Bufalo, foto di Giuseppe Mandalà.

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Eva Del Bufalo

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