Lifework: Norman Parkinson’s Century of Style

È trascorso un secolo dalla sua nascita e la sua celebrità non è stata portata via dal tempo, anzi… Come tutti i miti con l’aumentare dei decenni – in questo caso secoli – la fama si diffonde. Cinquant’anni di carriera tra Harrods, Harper’s Bazaar, Vogue e molti altri per cui Norman Parkinson dedicò creatività, talento, vita.

Siamo alla fine della Seconda Guerra Mondiale, è il momento di farsi valere, rinascere, “riscrivere la storia della fotografia di moda”. Viaggiando dagli anni Cinquanta ai Sessanta fino ad arrivare ai Settanta, il fotografo inglese rimane tanto contemporaneo quanto “epocale”, esprimendo naturalezza e spontaneità e qualche sprazzo di irraggiungibilità. Quella del fashion system si intende, lasciando allo spettatore il gusto del backstage. Barbados, Europa, India, USA … È difficile seguirlo in giro per il mondo: mentre si ammira la bellezza della Big Apple ci si ritrova a passeggiare tra i prati di Hyde Park o davanti Saint Paul Cathedral, per non parlare della storica stazione fiorentina, il centro parigino degli anni Cinquanta o – andando un po’ più lontano – le meravigliose spiagge delle Barbados.

La sua musa ispiratrice? La moglie Wenda, ritratta ovunque e nelle posizioni più eleganti e “parkinsoniane”, è la protagonista non (solo) della retrospettiva ma della vita di Norman. Oltre alla sua donna ce ne sono molte altre, con maggior charme, fama, stile: dalle intramontabili Aretha, Audrey, Ava, Claudia (Cardinale) e Liz alle più ricercate Anne Chambers, Cathy Dennis, Mazime de la Falaise, Iman. Per non parlare della più espressiva, fatale e rossa Isabella Rossellini. Vestite con gli abiti più significativi dell’epoca – due nomi? Roberto Capucci, Yves Saint Laurent – spesso sono affiancate da uomini tra cui Richard Burton e lo stesso signor Capucci. “Singolarmente unici” invece gli immortali David Bowie, The Beatles, Elton John, il pittore John Piper e l’attore-regista Sam Wanamaker. La lista è ancora lunga, il tempo c’è – fino al 12 maggio – al National Theatre.

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Silvia Vetere

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