Libri: l’epopea familiare di Ruotolo

Dopo i racconti di Ho rubato la pioggia (edizioni nottetempo, 2010) Elisa Ruotolo torna con un libro, nei dodici candidati al Premio Strega 2014, che ha la storia di un grande romanzo moderno, di una vera saga familiare: nelle trecento pagine del libro si incontrano sei generazioni di una famiglia, uomini e donne che, con scelte di vita diverse, finiscono sempre per condividere lo stesso ineluttabile destino. Copione da Malavoglia, sembrerebbe, ma per i Girosa non c’è “provvidenza” nemmeno nel nome di una barca, né ci sono i frutti della Casa del Nespolo, a Villa Girosa, che sembra condannata a un’infertilità tanto di figli quanto di legami affettivi stretti. Il romanzo di Elisa Ruotolo si legge come stando dentro alla grande villa dalle stanze vuote e dai mobili coperti da lenzuola che sembrano essere state sempre impolverate; con le persiane chiuse per la maggior parte del tempo, quasi a contenere nella casa le anime dei morti e dei bambini mai nati e allo stesso tempo a ripararsi da quello che viene dal mondo esterno, troppo veloce e troppo distratto per capire cosa avviene dentro. Si legge come se si cercassero dietro alle tende e alle porte chiuse segreti e indizi di quella storia familiare che la voce narrante di Lorenzo – “l’ultimo Girosa” come è chiamato in una sezione del libro – ricostruisce insieme a sé stesso e a noi, portandosi il segreto di un delitto commesso a 12 anni, l’odio verso un padre a metà tra l’illusionista e il mangiafuoco e una vita che era segnata dal peso di Villa Girosa prima ancora che andasse ad abitarci.

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 Entrare o uscire da Villa Girosa segna il carattere dei vari membri della famiglia. Chi parte, torna ma continua a ripartire, chi rimane solo e nella villa forma il suo carattere di ghiaccio; chi si perde uscendo ma solo nel giardino tra le sue piante o chi esce dai suoi cancelli e se ne allontana tanto da andare in America; chi in casa porta nuove persone che non possono trovare accoglienza in nessun altro luogo se non in quella casa sfortunata e incantata e chi, abitandovi, legittima così un legame che non ha il diritto di sangue. Impossibile non accostare il racconto al realismo magico sudamericano e a quei romanzi di Marquez in cui ci si perde nel suono di tutti i nomi che non sembra possibile ricordare. Eppure il mondo di Ovunque, proteggici è ben inquadrato nel clima di un paese partenopeo, dove superstizioni e segreti, maldicenze e verità si uniscono: il ferro scacciaruggine custodito come portafortuna, bauli di legno che rappresentano il Mondo Novo, un chiodo sulla suola della scarpa le voci della gente sempre sullo sfondo, il mito della Merica da cui arriva una sola fotografia, legami familiari troppe volte creati per compensazione.

«A cinquant’anni suonati, quando il tempo s’è scelto una strada e la vita ha tutta l’aria di far meno rumore, il passato doveva darsi qualche scrupolo a mettere un piede avanti l’altro e rifarsi vivo». Già dall’incipit si vede che è il tempo a giocare un ruolo fondamentale nella storia: si può cercare di costruirsi un futuro individuale, ma il passato non può essere solo quello personale, perché c’è sempre quello ingombrante, seppure silenzioso, della famiglia. Così anche il tempo della narrazione non può fare a meno di alternarsi, iniziando al presente, ricostruendo poi la storia della famiglia nel passato, con ulteriori frequenti flash back, per poi tornare al presente e arrivare a una nuova sconvolgente rilettura del passato. Con un futuro che si affaccia speranzoso. La scrittura di Ruotolo segue ombre e segreti della storia: un linguaggio in cui si fatica ad entrare, ma che, abbandonando una volta per tutte l’idea di affidarsi ai collegamenti razionali della lingua comune, diventa l’unica possibile per raccontare ciò che accade ai Girosa. Non la logica, quindi, ma la poesia, in una lingua che sembra suggerire un tempo passato e un luogo preciso che in realtà non ci sono, dove dominano l’espressività, gli accostamenti inaspettati e i modi di dire. Il Vecchio Girosa ha un «carattere di cielo a marzo, pensieri tinti», i figli di altre famiglie sono «quelli che c’era verso di farli scendere dalle macchine solo se in prossimità non si vedevano pozzanghere (…). Figli che non conoscevano ancora il peso di essere indispensabili alla famiglia se non come bambini da accudire nei capricci e nei raffreddori», per la famiglia di Rosaria l’«unico talento era quello di pescare a ogni bivio la paglia corta» e il furto in chiesa del più antico tra i Girosa che si ricorda si riverserà per sempre sui «i suoi figli, chi con la ragione girata di traverso, e chi con qualche sbaglio nelle carni». Un inizio giallo, una saga di sconfitte, una lingua di metafore e una storia da cui ci si fa intrappolare come nella villa di famiglia: questo, infine, il piatto pronto e gustosissimo di Ruotolo. 

Elisa Ruotolo, Ovunque, proteggici, edizioni nottetempo, 2014, 328 pp., € 16,50 – Scheda libro: www.edizioninottetempo.it

Twitter: @CardinaliRob

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Roberta Cardinali

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