Libri: Il complesso di Telemaco

Quello che nel suo ultimo libro Il complesso di Telemaco, edito da Feltrinelli, Massimo Recalcati si propone di indagare lo troviamo esplicitato, senza alcuna involuzione, nelle prime pagine introduttive: «Il problema non è come restaurare l’antica e perduta potenza simbolica, ma piuttosto quello di interrogare ciò che resta del padre al tempo della sua dissoluzione». Non solo, una volta riconosciutane l’evaporizzazione, scandagliare le dinamiche interiori che ne discendono e che attraversano l’essere figlio.

Nel tempo che registra una ingiustificabile latitanza della figura paterna e dove molto spesso quest’ultima viene a coincidere solamente e limitatamente con un compagno di giochi, quale significato assume quello dell’essere figli? E soprattutto qual è il ruolo dell’erede in un’epoca in cui, come mostra con evidenza rappresentativa la scena d’apertura del film Habemus Papam di Nanni Moretti, il balcone di piazza S. Pietro appare «sconsolatamente vuoto»? Forse è nello sguardo attonito, smarrito e invisibile dello spettatore in attesa di veder sfilare il nuovo pontefice, che si può ravvisare il culmine, la realizzazione certa, di quel paradosso di cui la razza umana da diversi secoli e forse dal suo primo giorno sulla terra è portatrice. Perché dunque, viene da chiedersi, la confusione generata dall’assenza inaspettata dell’autorità, getta l’essere umano in una pesante paralisi esistenziale? Molto spesso, benché in pochi ne siano consapevoli, quando un sogno aderisce alla realtà spuntano i germogli della responsabilità. Per secoli le aspirazioni libertarie degli uomini hanno lottato contro la tirannia di un solo uomo e la democrazia, mirabile risultato, raggiunto dopo innumerevoli conflitti, ha aumentato notevolmente le libertà dei singoli individui. Perfino emanciparsi dal giogo, tutt’ora vivo, e dall’oscurantismo della chiesa romana ha richiesto un tempo molto lungo; così come c’era bisogno di attendere il turbolento ’68 perché la figura dominante e dispotica del pater familias crollasse sotto i colpi di una dura contestazione ad opera di studenti ansiosi di lasciarsela alle spalle.
L’uomo vagheggia il suo deserto e appena il destino gli dispiega la vacanza di certi spazi dove la sua libertà potrebbe prendere vita, lui vacilla. Dobbiamo dunque rendere ragione al Grande Inquisitore quando nei Fratelli Karamazov rimproverava a un Cristo silente la sua eccessiva fede nell’uomo, sentenziando, con brutale cinismo, che nulla fu mai per quest’ultimo «e per la società più insopportabile della libertà»; o ai sapidi moniti di Nietzsche convinto di quanto l’uomo non fosse ancora pronto a vivere l’esperienza «vertiginosa, abissale e angosciante» della libertà, favorita dalla “morte di dio”, tempo in cui si sbriciola ogni forma di garanzia e di fondamento.

È questo l’ambito culturale da cui l’autore muovi i passi della sua accurata e penetrante analisi; le nuove generazioni, come l’eroe omerico Telemaco, ispiratore di questo saggio, non avranno perciò il compito di ripristinare quella «sovranità smarrita di potere e di disciplina» ma di realizzare quel «movimento singolare di riconquista del proprio avvenire, della propria eredità». La figura attiva, positiva di Telemaco sembra scalzare con garbo quella nefasta e distruttiva di Edipo e Narciso. Con estrema perentorietà Massimo Recalcati ci ricorda inoltre che per conservare la sua umanità l’uomo deve il suo ossequio alla Legge della Parola, la quale «introduce uno scambio che è all’origine di ogni possibile patto sociale: la rinuncia al godimento di tutto, a volere tutto, a essere tutto, a sapere tutto» fino a rendere possibile l’acquisizione di una personale identità che collima con un Nome e con «l’iscrizione nel corpo della comunità» alla quale si appartiene. Attraverso la Legge della Parola si attua la legge del riconoscimento dell’altro da cui la vita trae il suo nutrimento. Se il figlio-Edipo con la sua inarrestabile «furia incestuosa» dipende dal suo odio nevrotico verso il padre, senza il quale la sua vita sarebbe minacciata dall’insensatezza, il figlio-Narciso annulla l’ordine familiare piegandolo prepotentemente all’arbitrio gaudente del suo capriccio. Entrambi con forme ed esiti diversi compiono l’errore disumano, confermandosi in un atteggiamento del tutto reazionario, di fraintendere – come scrive l’autore – la Legge, «vivendola come un ostacolo nel cammino che conduce alla realizzazione del proprio desiderio». Abbiamo qui a che fare con una sorta di godimento mortale, lo stesso che Pasolini aveva con maestria e crudezza messo in scena in Salò e che disastrosamente e con forza cieca diventa non una banale infrazione quanto una reale e perversa versione ipermoderna della Legge. Forse oggi come non mai siamo tanto esposti a quel peccato tanto miserabile che Rudolf Bultmann in una delle sue prediche di Marburgo identificava con il misconoscimento del debito simbolico che lega la vita all’Altro e che ci fa credere erroneamente di essere creature in grado di autogenerarsi e in virtù di questo prive di debito. La società attuale così malata e pervasa dagli svariati fenomeni depressivi che abbrutiscono gli individui sempre più spogliati dei loro vitali desideri, sembra reclamare con un urlo inaudito il suo bisogno di una figura paterna; certo lontana da quella autoritaria e oppressiva che deteneva l’ultima parola e – come spiega ancora l’autore – irriducibilmente pronta ad assumere con coraggio su di sé «l’evento del limite» mostrandosi al contempo anch’essa sottomessa alla Legge della Parola e vivendola senza piaceri personali ed egoistici.

Alla luce di quanto esposto perché allora quella di Telemaco ricalca i contorni di una figura salvifica? Nel mito di Telemaco Recalcati intravede la dignità dell’essere figlio, scorge il giusto erede. Durante la forzata assenza del padre, vissuta senza trauma alcuno, il giovane eroe, assiste impotente alle disdicevoli gozzoviglie dei proci, usurpatori del trono e quindi anche della Legge. Diversamente da Edipo che cade al suolo privato della vista e a Narciso che consuma i suoi occhi nella sterile contemplazione della sua bellezza, Telemaco vive umanamente il desiderio di riabbracciare suo padre; i suoi occhi rimangono aperti, in attesa, su quell’orizzonte che taglia le distese infinite del mare; «Se gli uomini potessero scegliere ogni cosa da soli, per prima cosa vorrei il ritorno del padre», ammette a se stesso con sincerità disarmante il figlio di Ulisse. La sua è una vita di attesa, di veglia e preghiera ma per nulla inchiodata a una fissazione mortifera e melanconica del passato. Telemaco non sogna la città perfetta, idilliaca e non rivendica il suo regno ma è completamente assorbito dalla ricerca del senso della Legge della Parola; non invoca «una legge astratta ma una giustizia che protegga la sua casa», invasa dalla peccaminosa tracotanza dei proci. Per l’autore il nostro non è più il tempo di Edipo o Narciso ma quello di Telemaco che nella sua terra spogliata del suo sacro ordine simbolico ne domanda il reinsediamento. Ma essere dei giusti eredi comporta una continua esposizione al rischio perché la nostra eredità non è affatto una rendita ed esige il dramma perennemente rinnovato dell’erranza provocata dall’inevitabile e sana uscita dal familiare, da quel guscio ingombrante che ostacola la nostra seconda nascita, come quella cui alludeva Gesù nell’affascinante dialogo notturno con Nicodemo. Come Telemaco partire per ritrovare e ritrovarsi; per fuggire i due tremendi fallimenti che attendono spietati ogni erede: quello di un’immobile e nostalgica venerazione del passato e quello altrettanto funesto che nasce da un insalubre «rifiuto rivoltoso» verso tutto quanto ciò che ci ha preceduto. Emanciparsi dal proprio padre non vuol dire rigettarne l’esistenza ma – come diceva Lacan – «imparare a servirsene». Il cammino di Telemaco muove verso il vuoto di un’assenza in cui non si iscrive il lamento edipico di chi accusa l’Altro di non avergli dato ciò che gli spettava; Telemaco si piega alla consapevolezza naturale e umana della sua inconsistenza facendo vedere a ciascuno di noi che ereditare significa «sprofondare nel proprio passato non per ritrovare le proprie Origini ma per risalire, per riemergere da esse».

Il libro abbellisce e completa la sua parabola con due emblematici rimandi autobiografici che attestano e disvelano al tempo stesso il valore insostituibile della testimonianza genitoriale, narrabile ovviamente, solo quando siamo andati oltre il tempo che ce l’ha fatta vivere. Chi con la propria cultura, il proprio talento e la propria sensibilità ha tessuto queste pagine svolge oggi l’onorevole professione di psicanalista e solo la lucida consapevolezza dell’età adulta
gli ha concesso di far venire alla luce la convergenza dei due preziosi contributi che l’hanno resa possibile. È grazie all’insistenza saggia di una madre infatti, se l’autore non ha ceduto definitivamente alla passione contingente per la politica che rischiava di interrompere i suoi studi; come è dalla dedizione amorevole di un padre floricoltore che spendeva il suo tempo a preparare magiche pozioni per lenire il dolore delle foglie che deriva la passione del figlio tesa a leggere e a curare i mali che affliggono le anime degli uomini. In fondo, come leggiamo nel dolce epilogo di questo libro così necessario, ereditare non è altro che scoprire di essere divenuto quello che si era stati già da sempre tanto da rimanere così arduo smentire le parole vaticinanti di Telemaco quando diceva che «qualcosa dal mare torna sempre».

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Filippo Deodato

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