Le parole ritrovate di Tiziano Terzani

Prima di chiudere definitivamente gli occhi e lasciare il suo corpo per quel misterioso viaggio che era tanto curioso di fare, pur nella spiacevole consapevolezza di non poterne parlare, negli ultimi due anni della sua intensa esistenza, Tiziano Terzani volle confrontarsi ancora una volta con le devastanti implicazioni della guerra, le atrocità e la mortifera inutilità di cui quest’ultima è portatrice. La professione di corrispondente di guerra lo aveva portato in prima linea a testimoniare i numerosi conflitti che avevano dilaniato la sua amata Asia; parte della sua vita era trascorsa a contare i corpi inerti sparsi sul suolo dandogli modo di assimilare nel profondo quella amara verità che Simone Weil aveva descritto nel suo magistrale commento all’Iliade: «La forza è ciò che rende chiunque le sia sottomesso una cosa. Quando sia esercitata fino in fondo, essa fa dell’uomo una cosa nel senso più letterale della parola, poiché lo trasforma in un cadavere».

Quando il mondo fu sconvolto dal tragico attentato alle Torri Gemelle di New YorkTerzani aveva da qualche tempo cessato di opporsi a quell’incurabile male che gli avevano diasgnosticato nel 1997. Dopo aver sperimentato ogni forma di terapia decide di ritirarsi sulle vette della più alta catena montuosa. In una capanna «fra le nevi eterne dell’Himalaya» approfondisce nelle quiete della natura la conoscenza di sé nutrendosi di quel silenzio che lo allontana dal pensiero delle cellule impazzite del suo corpo e da quello delle tante assurdità che invadono il pianeta. Tuttavia il crollo delle torri ha un’impatto enorme sulla sua coscienza; di nuovo si sente chiamato a dare voce alle sue impellenti riflessioni. Dice apertamente che non può continuare a «guardarsi l’ombelico», ignorando quanto è accaduto.

L’incipit del testo che scriverà in seguito a quel terribile evento, Lettere contro la guerra, è perentorio: «Il mondo non è più quello che conoscevamo, le nostre vite sono definitivamente cambiate. Forse questa è l’occasione per pensare diversamente da come abbiamo fatto finora, l’occasione per reinventarci il futuro e non rifare il cammino che ci ha portato all’oggi […] ». È un bisogno dell’anima quello di comunicare al suo prossimo l’invito a schierarsi a favore della pace e quello di sforzarsi di capire le cause di chi in maniera troppo sommaria, disumanizzandolo, la guerra chiama nemico: « Il modo per combattere il terrorismo è eliminare le ragioni che producono i terroristi, non eliminare i terroristi». Sente forte la spinta dopo quell’ecatombe, di portare fuori le persone dai consueti atteggiamenti di condanna o di giustificazione dettati da logore e inadeguate griglie interpretative. Nella prefazione al suo libro Le origini del totalitarismo, la stessa Hannah Arendt ci esorta a fugare le facili risposte generate dalla pigrizia del nostro intelletto: «La convinzione che tutto quanto avviene sulla terra debba essere comprensibile all’uomo può condurre a interpretare la storia con luoghi comuni. Comprendere non significa negare l’atroce, dedurre il fatto inaudito da precedenti, o spiegare i fenomeni con analogie e affermazioni generali in cui non si avverte più l’urto della realtà e dell’esperienza».

È di recente pubblicazione per la casa editrice La Scuola un testo prezioso dal titolo Le parole ritrovate. Il libro a cura di Mario Bertini è il frutto di un lavoro paziente e raccoglie quattro discorsi inediti tenuti da Terzani nel suo faticoso «pellegrinaggio di pace» che lo ha visto protagonista in alcune scuole, in circoli ricreativi, in case del popolo, in chiese, in conventi e in pubbliche piazze. Il filo che li tieni uniti è permeato dall’amore per la vita; le frasi che scorrono fluide come quelle che abbiamo letto nei suoi libri riflettono da un lato l’angoscia per l’inestinguibile violenza che abbrutisce l’uomo, dall’altro la gioia per aver riscoperto le fonti della bellezza del vivere. Una su tutte il legame con la natura: «Tornate alla natura, la natura è meravigliosa, la natura è una grande maestra, la natura, se la guardate bene, se ci state a contatto, vi insegna che la vita è una sola: la nostra vita, la vita degli alberi, la vita delle formiche […] perché l’altezza delle montagne e la vastità del mare ci ricordano la grandezza che è in noi».

Il primo dei quattro discorsi propone un interrogativo necessario: Dopo l’11 settembre: “La forza delle armi o la forza della ragione?”. Se la politica ha dato le sue risposte moltiplicando la violenza e le vittime che da essa dipendono, adesso sta ad ognuno di noi compiere la propria scelta senza lasciarci travolgere da un comodo pessimismo; cercando di far nostre quelle parole che Gandhi aveva proclamato dopo averle incarnate: «Sii tu il cambiamento che vorresti vedere nel mondo». Tiziano Terzani per anni aveva sperato che una rivoluzione politica ristabilisse quella giustizia a cui tanto teneva; in Cina e in Vietnam, aveva creduto che il socialismo potesse trionfare sull’imperante avidità trasformando la società in un luogo più equo ed ostacolando l’ascesa del tanto odiato materialismo. Negli Stati Uniti dove aveva studiato per preparare il suo futuro nella repubblica popolare cinese aveva scoperto le due grandi figure che avrebbero orientato il suo percorso: Mao e Gandhi. Solo gli insegnamenti del secondo sopravviveranno alle sue dolorose delusioni.
Giunto al termine del suo viaggio si accorge che bisogna trovare il coraggio di guardarsi dentro per operare dei piccoli cambiamenti e che se è vero che «il consumismo si consumerà», ciò sarà possibile solo praticando l’astensione dal superfluo. In riferimento alla rottura delle vetrine in una via di Firenze per opera di alcuni manifestanti aveva detto: «Non serve distruggere, meglio non consumare, non compare quelle cose». Palese la volontà di celebrare l’efficacia della non-violenza spesso confusa con l’accettazione passiva e con l’indolenza.

Nel corso di queste appassionate riflessioni Terzani si muove come un vecchio saggio desideroso di dispensare ai sui ascoltatori parabole e storie apprese nel suo lungo peregrinare. E tanto più saggio ci appare quando non esita a confessare le sue perplessità e la sua ignoranza eludendo i deliri di onnipotenza della mente: «Io non ho formule, non ho nemmeno risposte ai problemi del mondo che sono immensi, ho soltanto delle domande, non ho nemmeno certezze, ho dei dubbi da porre a chi crede di avere certezze e poi non le ha».

Ci riesce difficile convivere con ciò che non comprendiamo nell’immediato; siamo sempre più refrattari ai misteri dell’esistenza e rinchiusi nelle nostre paure finiamo così per disconoscerne l’autentico valore. L’armonia della vita come esprime uno dei simboli più straordinari che l’umanità abbia partorito, il Tao (contemplato dall’autore fino alla fine dei suoi giorni), è il risultato di un equilibrio che nasce tra gli opposti: il sole e luna, il maschio e la femmina, il buio e la luce, l’acqua e il fuoco. Simile a quello che Terzani aveva trovato con la sua adorata moglie; pari a quello che aveva instaurato con la morte che fino a quando continueremo a rimuovere relegandola in capo al novero delle cose che non ci piacciono non comprenderemo mai a pieno «il senso della bellezza della vita». Al centro di questo piccolo pamphlet un monito luminoso lanciato a futura memoria suggerisce con garbo di chiederci chi siamo, cosa ci siamo a fare in questo mondo. Perché solo attraversando con amore l’oscurità di tali domande un giorno «la vita ci darà le sue risposte diventando meravigliosa».

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Filippo Deodato