Le città perdute (e ritrovate), al Teatro Vascello l’esperienza di teatro comunitario di Asinitas

Il grande saggista polacco Ryszard Kapuściński sosteneva che “la cultura, anzi l’uomo stesso, si crea al contatto con gli altri, dunque il vero luogo del crearsi della cultura è l’interazione tra le persone”.  Il tema dell’altro è sempre stato alla base di tutte le sue opere e la ragione del suo viaggiare, ragione che è poi spesso la medesima che spinge ognuno di noi a far le valigie e a partire. Asinitas Onlus, nata dalla convinzione “che oggi nelle nostre città ci sia ci sia un gran bisogno di creare contesti condivisi con persone provenienti da altri paesi”, da sempre promuove progetti e percorsi formativi al fine di comprendere in profondità la condizione della migrazione, dell’esilio e dell’emarginazione. Insieme alla Fabbrica dell’Attore, il 4 e il 5 luglio Asinitas ha portato inscena al Teatro Vascello l’esito dei laboratori teatrali di quest’anno uniti sotto il titolo de Le città perdute (e ritrovate), due spettacoli frutto di un’esperienza di teatro comunitario in cui “ad andare in scena è l’incontro tra persone, nei loro corpi, nelle loro storie”.

36477830_10160549205135427_2720411781112528896_oIndidy, Mamady e il dono è la storia di due giovani africani che dopo mesi di prigionia e un lungo e terribile viaggio, arrivano finalmente in una città in cui sperano di poter restare ed essere accolti. Approdati in un luogo sacro che involontariamente profanano nel tentativo di trovare riposo, i due “fratelli di viaggio” dovranno ovviamente presentarsi e confrontarsi con i cittadini e il sindaco della città, un’umanità multicolore e discorde che, nonostante la dichiarazione dei due di portare in dono qualcosa di buono per la comunità senza però esplicitare chiaramente cosa, discutono della possibilità di accoglierli o rimandarli indietro. Sempre Kapuściński sosteneva che “ogni volta che l’umanità ha incontrato l’Altro si è trovato di fronte a tre possibilità: poteva scegliere la guerra, poteva circondarsi con un muro, poteva instaurare un dialogo. Nel corso della storia l’uomo ha sempre esitato di fronte a queste opzioni: ne ha scelta o l’una o l’altra a seconda dell’epoca e della cultura”.

Nell’urgenza della nostra contemporaneità dominata dalla predominante paura dell’Altro, da un’Umanità che vacilla di fronte “all’invasione dello straniero” indiscriminatamente ladro e selvaggio e nel “volgare rumore privo di intelletto, analisi e approfondimento che offende le se semplici leggi del buon senso, del dialogo e della comunicazione tra essere umani”, indagare il tema dell’ospitalità, dello scambio, del dono, dell’ostilità verso l’estraneo, appare quanto mai essenziale e inderogabile. Nel lavoro condotto da Alessandra Cutolo partito dall’adattamento di Edipo a Colono di Sofocle, la musica e la danza rivestono un ruolo fondamentale: arricchiscono l’intero spettacolo del carattere del rito rendendo la messa in scena una sorta di cerimonia iniziatica, come se la tradizione dei cantastorie portata dalla voce e dalle note di kora del senegalese Madya Diabaté, ribadissero la ritualità del momento dell’incontro con l’Altro. Un incontro con il diverso che già Erodoto 2500 anni fa riteneva presupposto per conoscere se stessi e che , come la storia insegna, può solo arricchire e quasi mai impoverire, soprattutto in termini umani, culturali e spirituali.

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@vale_gallinari

 

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Valentina Gallinari

Nata in una città di mare, da quando vive a Roma si domanda se la presenza dei gabbiani in giro per il centro, sia l'inequivocabile presagio della fine del mondo...Laureata in storia dell'arte, ama la fotografia, le vecchie polaroid, il cinema e il mercato di Testaccio di sabato mattina. Aspirante giornalista, trascorre il suo tempo tra gatti e mostre fotografiche, ma soprattutto a sperare che questo sogno diventi realtà.