La solitudine urbana di Wim Wenders

Mostra da non perdere per tutti gli amanti della fotografia quella presentata a Roma, presso il Palazzo Incontro in via dei Prefetti 22, che racchiude venticinque scatti firmati dal regista tedesco Wim Wenders, che torna nella Capitale otto anni dopo la mostraImmagini dalPianetaTerra presentata alla Scuderie del Quirnale.

La retrospettiva dal titolo Urban Solitude, curata da Adriana Ruspoli e promossa dalla Regione Lazio, permetterà ai visitatori – dal 18 aprile al 6 luglio – di ammirare le istantanee in cui il tema del paesaggio urbano, caro al regista, si interseca a quello della memoria in cui ogni immagine emana desolazione, nostalgia e calma al tempo stesso percepite nell’assenza che l’artista ritrae: non c’è traccia umana in questi scatti, ma solo luoghi e pensieri che l’artista immortala nei suoi brevi commenti ad alcune delle opere. Un vero e proprio sguardo sul paesaggio metropolitano che spazia dal profondo Ovest Americano, all’Estremo Oriente, passando per la Russia, l’Italia e la sua Germania, e come sostiene lo stesso regista “le città e le immagini si evolvono analogamente, crescendo a dismisura diventando sempre più fredde e inaccessibili, estranee e stranianti”.

Wim Wenders è artista di fama mondiale e riconosciuta colonna portante del nuovo cinema tedesco cui contribuì fortemente dal 1975 fondando la sua casa di produzione Road Movies: nel 1982 vinse il Leone d’oro con Lo stato delle cose e nel 1984 la Palma d’Oro con l’on the road Paris Texas per poi ripetersi nel 1987 con la miglior straordinaria regia per Il cielo sopra Berlino. La sua idea di cinema è fortemente evocativa, la sua autorialità vola alta ed è ricca di immagini in viaggio alla ricerca della percezione diretta della realtà. Gli scatti, rigorosamente analogici, qui esposti sono tratti da una serie intitolata Places, Strange and Quite del 2013 ed esprimono nella loro reale crudezza una sua visione personale di un mondo in cambiamento e alla ricerca perenne di una nuova identità, che scolpisce nel tempo dettagli cancellati dalla velocità con cui si trasformano.

Si evince inoltre, nella sua totale assenza, l’animo nomade dell’essere umano che vuole perdersi nel paesaggio, ma contemporaneamente rifiuta il sentirsi straniero pronto a cogliere ogni stimolo che la natura sia pronto a offrirgli ed è lo stesso Wenders a sostenere che a volte “l’assenza di una cosa ne sottolinea ancor di più l’importanza”. Scorrono in queste immagini i suoi temi ricorrenti della sua visionaria poetica: incroci anonimi e angoli cittadini solitari, facciate architettoniche decadenti in cui le finestre sono il viatico per un’altra realtà che esiste al di là di esse, e uno sguardo da cinefilo sempre vivo nel suo omaggio al maestro Yasuijro Ozu nel suo scatto più intenso, quello di un paesaggio serale di Omonichi, luogo sacro in cui il regista giapponese ha girato Tokio Story. Per l’artista tedesco da sempre l’arte del vedere è percezione e verifica del reale e ha a che fare con la verità, a differenza del pensiero che spesso ci allontana dalla realtà facendoci smarrire più facilmente. Questo ennesimo tassello espositivo è un’ulteriore, tangibile conferma del meraviglioso universo Wendersiano nel quale è bello immergersi lasciandosi trasportare dalla forza celebrativa delle immagini.

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Fabio Bandiera

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