Mostra: L’universo geometrico di Escher

 All’interno dell’architetture rinascimentali del Chiostro del Bramante, avvolti dalla luce e dall’armonia dei pilastri e delle colonne che hanno da poco ritrovato il loro antico splendore grazie ad una prodigiosa opera di restauro, dal 20 settembre fino al 22 di febbraio ci si potrà immergere nel meraviglioso ed aberrante mondo di Maurits Cornelis Escher. La mostra antologica dell’incisore e grafico olandese, curata da Marco Bussagli, intende ripercorrere, contestualizzandone adeguatamente il linguaggio delle opere, l’intero arco esistenziale ed artistico nel quale l’intrecciarsi di mondi culturali in apparenza distanti tra loro trova degli esiti armoniosi grazie alla mente creativa dell’autore.  Escher nasce a Leeuwarden, comune situato nel nord dei Paesi Bassi; trasferitosi con la famiglia ad Arnhem dopo avere ricevuto lezioni di carpenteria e pianoforte inizia a frequentare la scuola superiore dove, sebbene venga respinto nel secondo anno di corso, scopre la sua spiccata attitudine per il disegno. Si iscrive nel 1919 alla Scuola di Architettura e Arti Decorative di Haarlem e sotto l’egida dell’artista Samuel Jesserum de Mesquita che si distinse nelle arti grafiche prima di perdere la vita nei campi di concentramento ad Auschwitz, accresce le sue conoscenze soprattutto nelle incisioni in legno.

Ma l’anno fondamentale per la vita del maestro olandese è senza alcun dubbio il 1922; per curare un depressione che affligge il suo animo inquieto, accompagnato dai suoi genitori, all’età di vent’anni compie alcuni viaggi che lo segneranno indelebilmente. In Italia rimarrà ammaliato dai paesaggi di campagna e dalle bellezze di Firenze, Siena, la quale ispirerà molte delle sue opere finanche ad ospitare la sua prima esposizione dal titolo Bianco e Nero; Castrovalva, di cui in mostra è esposta la litografia del 1930 tesa ad immortalarne l’arcano paesaggio montuoso. In Spagna invece, dopo aver visitato Madrid e Toledo, a Granada viene folgorato dall’Alhambra, il complesso palaziale moresco del Trecento.
Sempre nella penisola italiana conoscerà a Ravello Jetta Umiker, la giovane donna svizzera che nel 1924 diventerà sua moglie; nella la splendida litografia del 1956 Vincolo d’unione in cui «due spirali confluiscono l’una nell’altra rappresentando, a sinistra la testa di una donna e a destra quella di un uomo» e «come un nastro senza fine con le fronti congiunte, formano un’unità di coppia», esprime il loro profondo legame. Il suo viaggio nel Bel Paese prosegue facendo conoscere ad Escher l’incanto e i misteri della regione calabrese; di queste escursioni insieme alle opere di Pentedattilo con i suoi monti antropomorfi (1930), Scilla (1931), Tropea (1931) e Rossano (1931), in formato digitale, si possono leggere alcune notazioni dell’autore nel suo diario che scandiscono le sue perlustrazioni.
Prima di terminare il suo lungo soggiorno italiano dalle curiose e stravaganti passeggiate notturne a Roma, quando nel buio con una lampadina appesa al bavero percorreva le strade della capitale, nacquero le litografie del Colosseo, del Colonnato di San Pietro e della Basilica di Massenzio tutte realizzate nel 1934.

Nell’anno 1936 torna in Spagna, luogo in cui le suggestioni ricevute dal gioco di tassellature – elemento fascinoso dell’apparato decorativo dei monumenti moreschi – alimenteranno ulteriormente il suo processo creativo. Così come gli arabi arricchirono la loro arte grazie alle loro altissime conoscenze della matematica e della geometria anche le opere di Escher finirono per essere influenzate dalle dinamiche di queste due discipline; realizza numerose tassellature, le cui tessere come è possibile osservare nei quadri presenti in mostra, rappresentano solitamente pesci, uccelli, cavalli, pipistrelli, ma anche figure antropomorfe. Certamente da un punto di vista strettamente matematico i suoi lavori più coraggiosi sono la nota serie dei Limiti del cerchio dove ritroviamo i postulati del piano iperbolico studiato da Henri Poincarè e la serie delle Metamophosis in cui l’autore mette in evidenza come le regole geometriche alla base delle composizioni siano presenti ovunque persino alla base della natura stessa.

Nella storia dell’arte la figura di Escher inizialmente osteggiata e discussa dai molti addetti ai lavori ha finito per essere un unicum senza eredi o scuole. È risaputo quanto sia caro alle persone di scienza, per via del suo sapiente e funambolico spaziare tra le teorie della Gestalt (la corrente sulla psicologia della forma, incentrata sui temi della percezione) e quelle della matematica e della geometria fino a quelle della cristallografia; è meno nota l’attrazione che scatenò nel mondo degli hippies che associarono le bizzarre figure contenute nei suoi mondi «alle esperienze psichedeliche e all’uso di stupefacenti da parte di Escher stesso». I figli dei fiori sentendosi in linea con sua arte la fagocitarono nella loro iconografia; poster e t-shirt furono potenti propulsori in grado di diffondere le opere ancora poco conosciute dell’autore. Il fatto che i suoi lavori abbiano entusiasmato due mondi così diversi deve spingere i visitatori a lasciarsi trasportare con una maggiore libertà dall’universo paradossale di Escher senza cadere in sterili elucubrazioni dettate dalla volontà di vederci necessariamente presunti significati allegorici o simbolici. Ne è la riprova il suo nome, Escher, che se pronunciato nelle nostre menti come un mantra sembra un invito ad uscire dalla stancante monotonia del mondo di tutti i giorni. 

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Filippo Deodato

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