L’universo di Michelangelo in mostra

Facte paura a ognuno, insino a’ papi…” scriveva il pittore Sebastiano del Piombo in una lettera indirizzata all’artista fiorentino nel 1520, allibito dei suoi improvvisi dissidi con Leone X. Un carattere impetuoso e testardo, rude e selvatico, che gli costerà, negli anni in cui la venerazione per il mestiere d’artista iniziava a tramutarsi in clichè di genio e sregolatezza, tutta quella ambigua aneddotica di cui ci deliziano il Vasari e gli altri cronisti dell’epoca. L’abbandono precoce della bottega e la formazione da autodidatta, gli attriti con i colleghi più illustri -il Torrigiano gli ruppe il naso- e, appunto, i litigi con i suoi committtenti, fino al folle divieto di accesso alla Cappella Sistina imposto al pontefice Giulio II negli anni del lavoro alla volta. L’esposizione dei Musei Capitolini è una guida trasversale nella mappa di rapporti che generano la poetica Michelagiolesca, sbocciata nel clima facoltoso della Firenze del Magnifico, ed animata da suggestioni religiose, neoplatoniche e politiche. Accostando per la prima volta fisicamente i modelli cui il maestro attinge, si offre un’occasione scientifica di confronto diretto, che mette faccia a faccia, per fare un esempio su tutti, il Bruto cinquecentesco e il Bruto Capitolino. Un’antologia di una carriera lunga quasi 80 anni, disseminata su tre piani ed organizzata in nove filoni tematici, a tratti pretestuosi, legati dal leitmotiv dei “contrapposti” nella creazione artistica: il moderno e l’antico; la vita e la morte; la battaglia, la vittoria e la prigionia; la regola e la libertà; l’amore terreno e quello spirituale. Dai capolavori più importanti alle opere meno conosciute -tra cui gli incantevoli Crocifissi Lignei policromi- il percorso si snoda tra le prime statue di impronta ellenistica, avvitandosi nelle torsioni acrobatiche del Giudizio Universale, fino alle estreme esperienze pittoriche dai colori sbiaditi della Cappella Paolina.

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Sopperiscono all’assenza di opere “intrasportabili”, oltre alle classiche riproduzioni, esclusivi mezzi multimediali, come il racconto in 3d della Volta Sistina e del Giudizio Universale, in cui l’obiettivo della telecamera propone un viaggio tra i dettagli, di norma sacrificati dall’estasi del colpo d’occhio. Sarebbe difficile immaginare uno scenario più calzante, e più suggestivo, dei Musei Capitolini per celebrare il centenario del genio. Le sale stesse anticipano e proseguono idealmente il discorso artistico rinascimentale in modo congenito, inaugurandone simbolicamente la genesi culturale attraverso la propria collezione permanente d’arte classica, e rappresentando in se stesse una delle ultime prove architettoniche del maestro, quando la maturità artistica legittimava ormai la libera interpretazione di schemi tradizionali. Nella Sala degli Orazi e dei Curiazi il candore della statuaria giovanile guarda de visu i colori brillanti degli affreschi seicenteschi di Giuseppe Cesari, allacciandosi in un legame cronologico alla successiva corrente manieristica che troverà il proprio atto di nascita negli arditi virtuosismi michelangioleschi. Scultore, pittore, architetto, poeta affidò il più delle volte alla figura singola il senso storico dell’umanità, dalla supremazia della fede dell’imponente Mosè agli ideali repubblicani di cui si fa carico la dignità del David, che per l’occasione svetta nel cortile d’ingresso, finalmente a pochi metri da quel Marco Aurelio simbolo di magnificenza classica cui il maestro tanto guardò.

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Eva Elisabetta Zuccari

Per lavoro e per passione racconto storie. Dalle esistenze straordinarie di persone comuni ai "pancini sospetti" del Gossip. Giornalista in divenire, classe 1989, curiosa. Spio tutto e tutti: voi non sapete chi sono io, ma io potrei già sapere chi siete voi.

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