L’educazione siberiana al Piccolo Eliseo

Nulla di più veritiero. Appena guadagnato il suo posto lo spettatore viene messo di fronte uno scenario ovattato, una sorta di capsula in grado di contenere le poche cose necessarie a esprimere icasticamente il mondo di Fiume Basso, antico, e così avvolto nelle proprie immutabili tradizioni e interamente popolato da criminali espulsi dalla Siberia durante le purghe staliniane. Un cucinino bisunto e logoro affiancato da una vecchia credenza, un tavolo e delle sedie in legno al centro della scena e un’angoliera con le foto degli avi e le sacre icone sono la cornice simbolica entro cui si svolgono le vicende di una delle famiglie discendente dagli Urka, i cosiddetti “criminali onesti”. È il contesto culturale dove nasce Nicolai Lilin – situato nei luoghi della Trasnitria, regione dell’ex Unione sovietica, oggi Moldova – cresciuto nel culto delle armi depositate in casa ai piedi delle dorate icone come fossero anch’ esse rivestite di sacralità. Protagonisti e responsabili di perpetuare la tradizione attraverso una rigida e collaudata educazione sono gli anziani, i nonni, come quello di Boris il nipote più incline a conservarne i dettami e di Yuri l’altro nipote decisamente più insofferente e ribelle. Sopra questi tre personaggi evapora silenzioso il senso dell’intera narrazione che viene, attraverso un mirabile espediente scenico, scissa su due piani opposti e conflittuali; quello immobile e cristallizzato della famiglia – con una madre tipicamente russa, un nonno su cui pesa l’intero destino della stirpe e tre fratelli di cui uno preda di una “divina follia” – e l’altro cangiante e sempre più contaminato dalla presenza dei nuovi delinquenti guidati dalle autorità russe determinate a mutare definivamente il volto di Fiume Basso.

Il vecchio mondo dunque, con il suo corredo etico intriso di antichi valori come l’amicizia, la lealtà e la condivisione dei beni sostenuto dal nonno e dal sincero Boris contro quello della “facile felicità” più vicino all’America sognata dal traditore Boris e alimentato dal fruttuoso traffico di stupefacenti gestito dalla polizia. Mentre la parete frontale della casa aprendosi scopre la corruzione dilagante, il nonno Kuzja seduto e imperturbabile le porge le spalle con muta rassegnazione, come impotente. La sua parabola esistenziale dopo il passaggio di consegne al fido nipote Boris, terminerà nella purezza dei boschi lontano dagli uomini che molto spesso ignorano, sedotti dal denaro, che è «impossibile possedere più di quanto un cuore possa amare». Entrambi i fratelli seguiranno quindi con percorsi certamente diversi la loro ascesa; quella conquistata con cruenza e spudoratezza dall’ambizioso Yuri che uccide i propri sodali e quella ereditata e legittima dell’onesto Boris. Ciò che vede protagonisti i due fratelli dunque, riflette fedelmente il tipico contrasto che investe interiormente ogni singola persona e per esteso la società tutta nel periodo post sovietico. È la rappresentazione palmare di un mondo vecchio che va incontro al suo inevitabile disfacimento accelerato dal demone invincibile e delirante del consumismo occidentale che irretisce inesorabilmente il secondo dei fratelli, Yuri.

Il titolo tanto esplicativo e ironico di quest’opera singolare pone la voce di chi narra però, in un altrove che supera ambedue le realtà che tentano di prevalere l’una sull’altra. La Trasnitria in fondo diventa una terra di mezzo dove si confondono gli sradicati della Siberia portatori di una cultura millenaria che non riesce a trapiantarsi e le piccole comunità  di uomini corrotti costruite interamente sulla falsità, sul denaro e che finiscono per generare nella mente dell’autore ancora bambino idee etoregene e farraginose. Educazione Siberiana per concludere allude – come ci racconta lo stesso Nicolai Lilin – a «qualcosa che non è mai esistito perché ognuno vedeva le cose a suo modo. I miei vecchi la vedevano al loro modo, io la vivevo in un’altra maniera […] Dava fastidio anche a me l’eccesso di tradizionalismo: non poter ascoltare la musica rock che a me piaceva moltissimo, non poter portare i jeans o altre regole tradizionaliste». 

 

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Filippo Deodato

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