Il terzo tempo: storia di rugby e di cinema under 30

Fin qui tutto normale. Una trama quella del film Il terzo tempo, che al cinema ha subito parecchi rimaneggiamenti. Eppure, uscito ieri nelle sale e presentato a Venezia nella sezione Orizzonti, offre uno spettacolo tutt’altro che banale. Se infatti la storia non brilla di originalità, ecco che l’ottima regia di Enrico Maria Artale colma il vuoto lasciato dall’innovazione. Del resto, è un’arte non trascurabile quella di saper dire con parole diverse, in questo caso quelle del linguaggio cinematografico, concetti già espressi. L’impatto emozionale de Il terzo tempo è forte, quasi travolgente. Senza assistere a un solo momento di vuoto, è una visione irrazionale quella che subisce lo spettatore, incalzato dal ritmo di un film sempre in movimento, veloce come la macchina da presa che lo inquadra. Il dinamismo è massimo, quasi frenetico, nelle scene sportive, con l’unica grande eccezione del finale: in questo caso l’uso del rallenty riesce a disegnare le complesse geometrie del rugby, proprio nel momento in cui Samuel ne diventa consapevole. {ads1}

A rimanere statici sono invece i personaggi: da una parte l’eternamente buono Roberto (Edoardo Pesce) e l’ingenua Teresa (Stefania Rocca), dall’altra il disagiato Vincenzo e il bestiale Samuel. Quest’ultimo in particolare non porta a compimento il passaggio rituale da cattivo a buono, ma rimane di fondo un individuo con molti lati in ombra. Samuel non è mai, o non sembra, desideroso di riabilitarsi: il lavoro, lo sport, la convivenza col gruppo, sono doveri che gli vengono imposti dall’alto, senza che il personaggio ne senta il bisogno o ne comprenda i benefici. Proprio in questo aspetto si realizza drammaturgicamente la maggiore innovazione del film, che tuttavia meritava un maggiore approfondimento. Il riscatto da manuale rimane incompiuto fino alla scena in cui il protagonista riceve in termini metaforici l’assoluzione di Flavia (Margherita Laterza), che lo investe di un sentimento tanto inverosimile quanto spontaneo.

Un film questo che dialoga con il pubblico in modo democratico, tanto da non dispiacere agli amanti del cinema all’americana o a chi punta ad una visione non pensata. E’ indubbio che gran parte del coinvolgimento si respira nella descrizione di uno sport, il rugby, che ha qualcosa di sacrale e primitivo, ma non manca di un codice di leggi. D’altro canto l’evidente abilità di chi sta imparando il mestiere di fare cinema, non scontenta neppure un pubblico più attento. Una menzione speciale la merita la colonna sonora, affidata ai Ronin, gruppo rock di Ravenna: un lavoro bello e necessario, per una musica che non fa da contorno ma scandisce con precisione il tempo.

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Lavinia Martini

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