Il tempo passa come un leone ruggente, un viaggio nella cronofobia

Il tempo è qualcosa che scorre troppo in fretta e non si lascia arrestare e il film Il tempo passa come un leone ruggente (Die Zeit Vergeht Ein Brüllender Löwe) rappresenta proprio il tentativo di catturare, come scrive Platone, “l’immagine mobile dell’eternità”.

Un cineasta di 38 anni e un quarto, celibe, autonomo e con una condotta di vita relativamente ordinaria, improvvisamente subisce una crisi creativa ed esistenziale. Proprio a metà della sua aspettativa di vita statistica, la sua esistenza sembra accelerare e stare ferma allo stesso tempo. Niente sembra funzionare. Diagnosi medica: cronofobia, ovvero la paura del passare del tempo. Per guarire bisogna trovare un modo di rallentare un momento che per definizione è indefinito. Il cineasta di cui sopra è Philipp Hartmann, il regista de Il tempo è come un leone ruggente.

L’aspettativa di vita media di un tedesco nato nel 1972 è di 76 anni e mezzo e il Il tempo passa come un leone ruggente ha una durata di 76 minuti e mezzo esatti: Il tempo passa come un leone ruggentene deduciamo, dunque, che un minuto di film corrisponde ad un anno di vita e seguendo i tre atti che compongono una drammaturgia, abbiamo che il primo termina a minuto diciannove e dà una missione, una svolta, alla storia. Davanti a uno scenario così presentato, la nostra percezione del tempo cambia e cambia di conseguenza l’approccio verso il documentario. Arriva il momento della riflessione, quello che ci pone davanti ad un interrogativo inevitabile: temiamo il passare del tempo? Molti di noi sì. Ma cos’è il tempo? Comprenderlo è un’impresa difficile e quando pensiamo di essere raggiunti ad una conclusione plausibile, altre possibilità, come finestre, si aprono davanti a noi. Una sera Philipp Hartmann cattura in un video una conversazione fra due suoi amici ubriachi, il fisico Achim e il pragmatico Steffen: l’oggetto della discussione è il “Paradosso dei fratelli gemelli”. Di nuovo la definizione del tempo è in crisi. Sebbene sappiamo che la terra oggi giri più lentamente dei secondi atomici determinati dai nostri orologi, resta ancora Il tempo passa come un leone ruggenteun mistero l’orologio che regola la mente di una persona affetta da Alzheimer: Christiane è una donna la quale non ricorda neanche il suo nome, sa solo di aver avuto un’idea, l’idea di essere sempre in movimento. Christiane non vuole avere rapporti con gli altri pazienti. È come una bambina i cui ricordi sono tutti confusi e sbagliati.  “Può essere un film strumento di guarigione? Contro la paura del trascorrere del tempo? Quella che io nel film drammaturgicamente e patologicamente definisco, non senza esagerazione, cronofobia si potrebbe anche chiamare crisi di mezz’età o sindrome da esaurimento. O più semplicemente la preoccupazione per il senso delle nostre vite. Da qui la sensazione che probabilmente tutti conoscono. Il tempo ci domina perché in esso, in sempre più spesse sequenze, si viene travolti e addirittura trasformati. E allo stesso tempo sembra che trascorra sempre più veloce e implacabile. Senza sosta, lo spazio-tempo che abbiamo ancora davanti a noi si riduce. L’ora scorre in discesa. Il tempo passa come un leone ruggente”, dichiara Philipp Hartmann.

Mescolando pensieri personali a storie di fiction in cui si alternano diversi formati di immagine (16 mm, HD e DV Video, fotografie, super 8 e immagini di una handycam) realizzati in varie parti del mondo, Il tempo passa come un leone ruggente, non ha un messaggio e nessuna spiegazione per la quale lo spettatore deve essere guidato: è proprio a lui che viene chiesto di esercitare la parte attiva, portando con sé le proprie esperienze e situazioni di vita.

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@_mchiara

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Mariachiara Oliva

Più conosciuta sotto falsa identità, i suoi migliori amici sono i libri, la musica e la scrittura. Cura un blog e ha scritto un lungo componimento poetico, ma sempre sotto falso nome. Non ama parlare di sé, preferisce che lo facciano gli altri. Ma in sua presenza, che sia chiaro. Da quando collabora con TV & Costume ha capito che il televisore non è solo un'estensione del tavolino.