Il sale della terra: Wenders racconta Salgado

Il rischio di cimentarsi in un opera documentaristica è quello di scivolare in una sorta di freddezza narrativa, generando, senza volerlo, un distanza incolmabile tra lo spettatore e il soggetto che si intende raccontare. Come presentando un mondo incubato, incapace di coinvolgere la sfera più profonda del nostro essere. Wim Wenders nel film Il sale della terra, realizzato grazie alla preziosa collaborazione di Juliano Ribeiro Salgado, sfugge delicatamente a questa insidia; la sua composizione è accogliente e aperta. Sebbene incentrato sulla figura del grande fotografo brasiliano Sebastiaõ Salgado, il film è un concerto di sguardi: i due registi seguono con discrezione il protagonista mentre contempla i suoi scatti, dentro i quali, i volti più disparati descrivono il significato di essere uomini: occhi visibili ed invisibili catturano lentamente, ma con una intensità crescente, quelli di un pubblico sempre più estasiato.

La prima immagine porta immediatamente nel brulicante universo di una miniera d’oro brasiliana; cordoni vocianti di persone compiono con i sacchi sulle spalle il loro saliscendi disperato alla ricerca del metallo in grado di cambiare le loro sorti. Salgado è con loro pronto a immortalare questa scena babelica in cui laureati, operai e contadini diventano il simbolo del disagio sociale che colpisce un’intera nazione. È la prima tappa che segna il percorso di un artista totalmente assorbito dai temi sociali meglio conosciuti anche grazie ai suoi studi di economia e statistica. Cresciuto in una fazenda nei pressi di Aimorés attorno a cui rigogliosa si espande una magnifica foresta tropicale, Salgado stabilisce fin da bambino un legame profondo con la natura, senza la quale, probabilmente, la sua anima si sarebbe spenta insieme agli orrori che instancabilmente ha immortalato nei suoi numerosi viaggi.

Scopre tardi la sua vocazione di fotografo; lascia maturare con calma la sua mirabile attitudine a disegnare con la luce, emersa solo in seguito ad una avventurosa missione in Africa; in questo continente, dilaniato dalle carestie e dalla molteplici guerre, conosce e approfondisce la violenza e la brutalità di cui è capace il genere umano. Le sue foto testimoniano l’indicibile: mucchi di cadaveri accatastati nella polvere di una terra riarsa; esodi di reietti lungo territori desolanti e corpi ossuti dentro i quali si muovono occhi deliranti propri di chi lotta ogni giorno per la sopravvivenza. Successivamente, travolto da un forte desiderio di esplorare le campagne dell’America Latina, realizza Other Americas nato dal contatto reiterato con alcune comunità ancora estranee al progresso dilagante dell’occidente. Trascorre lunghi periodi con alcune tribù della Nuova Guinea e dell’Amazzonia; le osserva senza giudicare e guardandosi bene dal non offendere i loro antichi costumi. Fotografa i loro corpi snelli e slanciati vestiti dell’essenziale ponendosi al loro livello senza dimenticare che in fondo pure lui deve le sue origini ad un piccolo villaggio violento e sperduto nel cuore Brasile. Nel film si assiste inoltre alla progressiva evoluzione del suo modo di osservare il mondo; la guerra in Kuwait lo porterà a documentare l’esplosione dei pozzi petroliferi e il lavoro estenuante di operai canadesi dentro paesaggi lunari Intenti ad estinguere le fiamme. Nel film sono integrate alcune immagini che riprendono alcuni viaggi di Salgado insieme al figlio Juliano desideroso di conoscere e confrontarsi con il padre spesso lontano da casa; nella pacatezza dei dialoghi emerge una comprensione reciproca che pare pacificare un rapporto che è passato per conflitti e dolorose assenze. In Workers (Le mani dell’uomo) compirà un lungo percorso volto ad esplorare i lavori che hanno permesso di realizzare quel mondo che ora abitiamo.
Il sale della terra è anche un opera di voci che si alternano attorno a quella continua e ferma del protagonista il quale, grazie ad un geniale dispositivo di messa in scena ideato da Wim Wenders, è posto di fronte ad uno schermo sul quale guarda le sue fotografie mentre risponde alle domande del regista tedesco. Scartata la forma d’intervista tradizionale, la videocamera dietro lo schermo filma attraverso le sue fotografie grazie ad uno specchio semi-trasparente, dando così la possibilità a Salgado di guardare sia i suoi scatti sia lo spettatore.

Mentre questo grande artista viaggia per il mondo, il luogo in cui ha trascorso la sua infanzia diventa un paesaggio dal terreno arido e scarno la cui siccità ha divorato l’intera vegetazione. Salgado sente la sua anima ammalarsi dopo aver veduto ovunque morti e sofferenze; la sua fede nell’uomo vacilla fino a quando un giorno la moglie Leila, compagna di una vita, gli propone di tentare il rimboschimento attorno alla fazenda paterna. Insieme a questa immensa opera di riforestazione nascerà anche uno dei suoi lavori più belli, Genesi, nel quale il fotografo dopo una spedizione lunga otto anni ha raccolto gli scatti che celebrano i luoghi incontaminati del pianeta. Le immagini finali del film mostrano la resurrezione di un intero paesaggio che coincide con il riaccendersi nell’artista del fuoco della speranza; più di due milioni di alberi restituiscono la bellezza primigenia di quel posto a lui tanto caro. Come il contadino di Jeano ne L’uomo che piantava gli alberi, Salgado, smettendo di curarsi della guerra, «aveva imperturbabilmente continuato a piantare», ritrovando dentro si sé quella serenità che la barbarie dell’uomo gli aveva completamente sottratto. 

il sale della terra 2

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Filippo Deodato

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