Il reportage di Paul Auster che indaga se stesso

«In principio tutto era più vivo. Anche i più piccoli oggetti erano dotati di un cuore pulsante»; l’incipit deciso e netto schianta il lettore, catapultandolo in una dimensione anacronistica, consumata, poeticamente contrapposta a un mondo disanimato e spento la cui relazione con gli oggetti e dell’intero circostante è radicalmente mutata. Niente forbici che camminano o quadranti dall’orologio dal volto umano e sassi pensanti; ora che Dio non è più ovunque, risucchiato dalla drastica riduzione della nostra credulità – sembra dirci l’autore – ad abitarci è un ormai timido e deperito spirito d’immaginazione, lontano dagli antichi slanci fantastici che popolano la mente di un bambino. Tutti possono ritrovarsi in questa faticosa discesa verso il passato, che parte dagli anni d’inconsapevolezza dell’infanzia, spezzata da quel fatidico momento in cui una voce sembra svegliarsi e «si comincia ad avere la capacità di formulare un pensiero e di sapere che lo si sta facendo».

Un lungo viaggio questo di Paul Auster che si arresta nelle tormentate lande dell’adolescenza, terra di drammatiche trasformazioni. L’autore-protagonista nell’arco di questo testo meraviglioso si presenta scisso, come se una parte di sé ascoltasse l’altra che esplora, conosce e vuole conoscere e quando ha conosciuto si rivolge con quel tu familiare all’altra, ignara di tutto e così avida di sapere:« Le tue circostanze, allora erano queste: America, anni Cinquanta del secolo scorso […] Nonostante l’evidenza esteriore sei rimasto quello che eri, anche se non sei più la stessa persona». Il primo dei quattro capitoli rivisita quindi il mondo dorato e poi doloroso dei primi anni di vita dello scrittore mentre il secondo ci propone la coinvolgente narrazione di due film tanto cari che hanno «cambiato l’assetto del (suo) mondo interiore». Emerge senza remore in questi due concitati racconti la passione di Paul Auster per il mondo del cinema che tra l’altro, in età adulta, lo coinvolgerà attivamente attraverso la stesura di sceneggiature, ruoli da attore e pregevoli regie. Ma il tassello più intrigante e impenetrabile è rappresentato certamente da quel terzo capitolo che segna la riconciliazione tra l’autore e la parte di sé a lui meno nota e che maggiormente per l’appunto attira la sua curiosità; è quella parte delle sua vita vissuta da quell’«annaspante ibrido di ragazzo e uomo che scrive da casa di sua madre a Newark».Già, perché proprio mentre Paul Auster stava scrivendo Notizie dall’interno, riceve inaspettatamente dalla sua prima moglie una serie di lettere che le aveva scritto tra i diciannove e i ventidue anni. Sarà dunque questa che l’autore con distanza critica definisce una sorta di «rimasticatura» dei propri «drammi romantici» a diventare la sostanza più preziosa del libro estratta da una della «capsula del tempo». Fra i gusti letterari che lentamente si andavano definendo, la musica classica, le sbronze rituali, l’amore per i giochi e gli studi parigini incontrastata si impone la sua vocazione profonda per la scrittura: «Vivo in ciò che scrivo […] Nonostante tutta la confusione che ho dentro, nonostante la solitudine, ho acquisito non so come, strada facendo … una fiducia nella scrittura, nelle mie capacità. La scrittura possiamo dire, oltre ad essere stato lo strumento che gli aveva permesso di sopravvivere alle angosce e ai turbamenti adolescenziali sarà quello che gli consentirà di vedere meglio dentro se stesso come la lampada che lo speleologo monta sul proprio casco per non smarrirsi nel buio della spelonca.Un Album fotografico riempie le pagine finali di questo affascinante affresco autobiografico; una specie di sintesi figurativa che ripercorre attraverso le immagini la storia del libro e della sua genealogia.

 

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Filippo Deodato

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