Il Museo Universale in mostra alle Scuderie

Il 4 gennaio 1816 a Roma rientrarono in diversi carri tra ali di folla in festa una serie di capolavori che erano stati requisiti dagli eserciti napoleonici, e il bicentenario di questo momento solenne e di grande senso di appartenenza è stata la molla che ci ha fatto intraprendere il viaggio che ha portato a questa esposizione”. Con queste parole orgogliose e sentite Walter Curzi, uno dei tre curatori, annuncia la mostra “Il Museo Universale. Dal sogno di Napoleone a Canova” che dal 16.12.2016 al 12 marzo 2017 alle Scuderie del Quirinale permetterà di riassaporare su tela una delle vicende cruciali per le sorti della nostra arte grazie ad una serie di capolavori che abbracciano oltre sei secoli di storia. Il percorso espositivo curato anche da Carolina Brook e Claudio Parisi Presicce rievoca l’avventuroso recupero delle opere che durante le campagne militari napoleoniche erano state prelevate, con criteri specifici, dai suoi commissari per arricchire il nascente Museo del Louvre. Sarà la disgregazione dell’impero napoleonico e il successivo congresso di Vienna nel 1815 a stabilire il rientro immediato di un buon ottanta per cento dei capolavori grazie ad un viaggio epico attraverso le Alpi, con l’ausilio di duecento buoi, e al loro successivo ricollocamento in spazi appositi dopo la soppressione napoleonica di ordini religiosi e conventi.

Figura chiave di questa svolta sarà Antonio Canova che, in forza del prestigio goduto presso le ambasciate europee, fu nominato da Pio VII Commissario Straordinario occupandosi in prima persona delle delicate fasi del rientro delle tele grazie anche all’aiuto decisivo di Re Giorgio IV d’Inghilterra che si prodigò favorevolmente in tal senso. L’intento del direttorio Napoleonico era quello di rendere l’istituendo Musèum National Parigino, l’attuale Louvre, un luogo centrale dove esporre al pubblico quanto di meglio le arti avevano prodotto nel corso dei secoli. L’interesse primario fu rivolto alle antichità e ai maestri del Rinascimento come testimoniano il Laoconte e l’Apollo del Belvedere, sculture esposte all’inizio del percorso, e opere del Correggio, Perugino e Raffaello considerato l’epigono del Rinascimento in chiave moderna a tal punto che tutto ciò che lo precede veniva considerato primitivo. Altro fattore chiave nella selezione delle opere è l’importanza del ritorno alla grandiosità della natura di un’arte che deve tornare a riflettere il reale in nome della bellezza e della verità come insegnato dalla riscoperta dell’antico tanto cara ai maestri del cinquecento. Anche i capolavori dell’arte Bolognese del seicento furono oggetto cospicuo di requisizioni, le opere dei Carracci, Guido Reni, Guercino esprimevano con veemenza un passaggio dal naturalismo all’ideale estetico per eccellenza grazie alla loro sapienza compositiva frutto di una competenza disegnativa e di un uso equilibrato del colore unito ad un’ eleganza nelle forme e alla forte espressività. Fu proprio il colore a dirottare verso Venezia i commissari che ambivano ad acquisire più tele possibili: i Tiziano, Veronese e Tintoretto qui esposti per l’innovativo ed unico uso del colore tipico della scuola veneta, un mix straordinario di grandi aperture cromatiche unito alla monumentalità del formato che di sicuro avrà un grande impatto negli sviluppi romantici dell’arte transalpina.

La seconda parte della mostra è scandita da un altro evento cruciale delle acquisizioni parigine:il viaggio che il direttore del Louvre Vivant Denon intraprese verso il Belpaese nel 1811 per verificare personalmente l’acquisizione di opere dei suddetti primitivi del tre e quattrocento. Il viaggiò fu fruttuoso e Denon riuscì con successo a requisire opere di artisti del calibro di Taddeo Gaddi, Lorenzo Monaco, Benozzo  Gozzoli tutte rimesse provvisoriamente in depositi a seguito delle soppressioni religiose e qui in mostra in una sezione arricchita da una splendida cimasa di Perugino raffigurante l’Imago Pietatis che i commissari lasciarono a Perugia dopo lo smembramento della Pala Decemviri. L’esigenza del ricollocamento delle opere fu avvertito nei principali centri italiani avviando un dibattito che a Bologna culminò con la nascita – nel 1808 – di una galleria, nell’ex convento dei Gesuiti di Sant’Ignazio, che raccogliesse il meglio della scuola, così come a Venezia dove nacque un museo cittadino – nel 1807 – all’interno dell’Accademia. Cima da Conegliano, il Francia e Alvise Vivarini sono solo alcuni degli artisti che furono esposti al pubblico nei neonati locali che daranno il la alle collezioni più prestigiose che ancora oggi abbiamo il privilegio di ammirare. Proprio per questo motivo il rientro di queste opere funse da volano per la nascita di una coscienza collettiva a discapito della frammentazione di un’Italia alle prese con la post-Restaurazione. La salvaguardia  del patrimonio artistico conta in quegli anni numerosi esempi di orgoglio cittadino riassunti nella sezione della tutela del territorio in cui sono esposte numerose testimonianze, capitanate dalle sublima lastra sepolcrale di Guidarello Guidarelli di Tullio Lombardo del 1525, di tentativi di vendita sventati o di acquisizioni a beneficio dell’intera comunità frutto di donazioni di cittadini comuni.

Esempio lampante dell’ideale accademico universale filo francese è il progetto milanese che portò alla nascita – 1805 – delle prime esposizioni a Brera, che incominciò a scambiare dipinti con Bologna, Venezia e la Francia divenendo di fatto la galleria italiana più rappresentativa dell’arte occidentale. Le opere qui esposte evidenziano da un lato dipinti – come le due tavole del Moretto da Brescia – che furono prelevati nonostante le proteste degli amministratori milanesi, e dall’altro un monumento funebre di Gaston de Foix scolpito dal Bambaia che il segretario dell’accademia Bossi riuscì a eludere dalle spoliazioni di Denon. Nell’ultimo emozionante capitolo di questo straordinario racconto storico viene celebrato il ruolo decisivo che ebbe quel genio del Canova che decise di donare alla patria, in seguito alla requisizione della Venere degli Uffizi partita per Parigi nel 1802, una Venere di sua invenzione che fu denominata Italica. Il suo amor patrio lo fece promotore di una serie di busti, qui esposti splendidamente in circolo tutti con lo sguardo rivolto alla Venere, che ritraessero i grandi della storia dell’arte Italiana “per celebrarne il mito e per infiammare l’animo dei viventi”. Busti che furono eseguiti da giovani scultori romani e inseriti nel Pantheon scelto da Raffaello come luogo della sua immortale sepoltura. Dopo un percorso così ben allestito e ricco di capolavori dall’alto significato storico ci si sente fieri, una volta tanto, di essere italiani e il senso di questa mostra da non perdere va proprio in questa direzione.

 

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Fabio Bandiera