Il Giulio Cesare visionario di Andrea Baracco

Il Giulio Cesare di Baracco, nella sua veste metafisica e visionaria, accentua la complessità del dramma vittoriano, restituendo allo spettatore in tutta la sua intensità, il clima intriso di cospirazioni, velenoso e soffocante prima e dopo la congiura perpetuata ai danni di quello che alcuni storici non esitano a definire il primo imperatore di Roma. Sulla profondità allucinatoria del palcoscenico colpiscono per l’evidente valenza simbolica i pochi elementi scenici che evidenziano un linguaggio drammaturgico minimalista ed essenziale teso a fortificare il significato delle parole del poeta che descrive con ineguagliabile maestria i moti ingovernabili dell’animo umano. Su tutti, le tre porte consunte e mobili che sembrano tenere fermamente separati con la loro dura materia due mondi così distanti e inconciliabili: l’interiorità peccaminosa e malefica dei congiurati e l’esteriorità distante, tumultuosa e «liquida» della città e del suo nuovo e amato dittatore. L’intera trama esprime l’eterno dramma umano della sospensione o come più precisamente afferma lo stesso regista dell’«indecidibilità». Il vero protagonista sembra sussurrare il poeta, non riposa nel nome che dà il titolo alla tragedia né in quei personaggi che decretano con estrema crudeltà la sua morte. L’unico vero e indiscutibile protagonista sono le tenebre dell’essere umano da cui sgorgano la violenza e tutto il male che ne consegue; le sue incarnazioni nei volti di un Bruto (Giandomenico Cupaiolo) esitante e tormentato e di un Cassio (Roberto Manzi) sono solo uno dei possibili e innumerevoli esempi. Le candele e lampadine che accompagnano l’azione degli attori sembra vogliano rendere ancora più manifesto il loro fondo oscuro che li anima. {ads1}

 L’opera si apre con un Giulio Cesare tutto tremante con sulle spalle una coperta, su cui incombe invisibile e cantilenante la voce nefasta dell’indovino che lo esorta a guardarsi dai suoi presunti e sedicenti amici: Bruto, Cassio, Casca… Da questo preambolo atroce e presago si snoda l’intera narrazione che vedrà opporsi con sequenze ossessive e deliranti la coppia formata dai cesaricidi Cassio e Bruto e i nuovi volti del potere politico romano Marco Antinio e Ottaviano che cercheranno di vendicare il loro compianto predecessore. Alcune scene sembrano depositarsi con impeto negli occhi attoniti di chi guarda come quella in cui Calpurnia (Ersilia Lombardo), la fedele moglie di Cesare, in preda a un estenuante delirio e inerme, subisce da un Casca impassibile la cucitura simbolica delle labbra. Il gesto allude chiaramente al momento in cui la mattina delle Idi di marzo la donna fece di tutto per trattenere il marito in casa e non farlo cedere al richiamo subdolo e traditore del suo lugotenente Decimo Bruto. Di forte impatto anche l’uccisione di Cesare; in sostituzione dei pugnali però spicca l’uso originale di piccoli gessetti rossi che non sprofondano nella carne del morituro ma ne segnano indelebilmente le vesti; certo non per attenuare la cruenza dell’atto ma come a dipingerne con un segno indelebile l’ineffabile significato.

Tra le interpretazioni si impone con vigore quella di Cupaiolo, bravo nel tratteggiare il travaglio e gli incubi del congiurato suicida. È dalla sua bocca dopotutto che prorompe con una verità disarmante che sembra radiografare i percorsi perversi della bramosia umana, la bellissima frase: «L’abuso di grandezza si avvera quando essa disgiunge la tenerezza d’animo dal potere».

 

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Filippo Deodato

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