Il colore dell’erba: la prima pellicola per i non vedenti

non vedentiNell’era tecnologica sono sempre più frequenti i supporti digitali e le iniziative che permettono una maggiore integrazione nella società delle persone affette da disabilità: anche per i non vedenti sarà possibile andare a “vedere” un film al cinema. Infatti, a partire da febbraio, esce nelle sale delle principali città italiane il primo film fruibile anche dal pubblico non vedente, dal titolo Il colore dell’erba, diretto da Juliane Biasi Hendel e prodotto da Indyca con il sostegno del Mibact, Rai 3, Trentino Film Commission, Piemonte Doc Film Fund e dell’Uici (Unione italiana ciechi e ipovedenti). Ovviamente si tratta di un film sperimentale, che però si propone come un’esperienza sensoriale volta ad immergere gli spettatori in un paesaggio sonoro, la cui realizzazione è in gran parte merito del sound designer Mirco Mencacci, già collaboratore di Ferzan Ozpetek e Michelangelo Antonioni. Le protagoniste sono due ragazzine non vedenti, Giorgia e Giona, le quali, pur avendo una diversa percezione della natura, della musica e quindi del mondo, a causa della cecità, si trovano a dover affrontare la difficile età dell’adolescenza alla ricerca della propria identità, dimostrando la stessa paura dell’ignoto e lo stesso desiderio di conoscenza del mondo dei loro coetanei. Spiega infatti la regista: “le protagoniste mostrano come la ‘paura del buio’ riguarda tutti e il film restituisce questa universalità anche da un punto di vista formale”.

Dunque il film sembra collocarsi nell’ambito di quelle iniziative finalizzate a promuovere una maggiore comprensione del mondo dei non vedenti e integrazione tra mondo vedente e non. In questo senso non si può non citare il progetto internazionale chiamato Dialogue in the dark, ideato dal giornalista Andreas Heinecke nel 1989 e diffuso attraverso diverse iniziative in più di 32 città del mondo, tra cui Milano, Londra, Parigi. In Italia prende il nome di Dialogo nel buio e prevede percorsi-mostra allestiti all’interno di strutture, laddove, in totale assenza di buio e accompagnati da una guida non vedente, si ripropongono situazioni reali legate alla vita quotidiana, che è possibile percepire solo attraverso l’olfatto, il tatto e il gusto. Un po’ come il Mercato del buio allestito dall’Istituto dei ciechi di Milano presso l’Expò 2015, dove in una struttura senza luce, appunto, era possibile procedere in un percorso durante cui si udivano le grida dei venditori, si toccavano le primizie e nell’aria si percepivano i diversi odori.

Esperienze come queste devono servire non a sperimentare la cecità, il che sarebbe impossibile per quanto ci si volesse immedesimare, ma a renderci più sensibili a certe tematiche, contribuendo, nel nostro piccolo, a migliorare il mondo.

 

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Ludovica Pallotta