Hotel Rebibbia, viaggio al centro del mondo carcerario

Storie di carcere, storie di vite vissute raccolte in un libro fotografico dal titolo Hotel Rebibbia che sarà presentato, venerdì 13 dicembre alle17,30 presso la sala Millepiani in Via Nicolò Odero 13 (Garbatella), grazie al patrocinio del Municipio VIII (ex IX) di cui sarà presente il Presidente Andrea Catarci.

Evento in cui grazie all’ausilio della lettura di alcuni passi dell’opera a cura di Giovanna Conforto e all’accompagnamento musicale dal vivo di Canio LoGuercio e Alessandro D’Alessandro, cercherà di approfondire alcune tematiche relative alla vita carceraria. Si può raccontare il carcere senza conoscerlo? La scommessa degli autori (Tatiana Antonova, Maurizio Centi, Ulrico Del Curatolo, Paolo Izzo, Cristobal Munoz e Gaetano Pezzella) dei dodici racconti è stata quella di proporre un resoconto immaginario di persone segregate e desiderose di libertà, persone che vivono l’angoscia quotidiana che la società civile dal di fuori può solo immaginare ogni volta che si trova passare davanti a un carcere. Persone senza volto inghiottite da una vita spenta, veri e propri spettri erranti in cerca di un’impossibile serenità , trattati come belve feroci rinchiuse dentro solide gabbie a vantaggio di tutta la collettività alla quale non possono più nuocere. Intaccare questa visione stereotipata è arduo perché prevale nel vivere comune la concezione del carcere quale luogo di sopraffazione e lotta per il potere tra detenuti e guardie carcerarie il cui solo mandato è quello di sorvegliare e punire. Il perché è molto semplice: ci ha commesso un reato non può migliorare, è incapace di ragionare e la violenza è l’unico pane a cui si deve abituare, ma nonostante tutto un’altra visione non è impossibile.

Basta cercarla, basta non far finta di non vedere e considerare queste persone che hanno sbagliato come esseri umani con le loro paure, le loro emozioni e la loro voglia di rimettersi in gioco. L’idea di scrivere questi racconti è nata innanzitutto dalle splendide fotografie di Gaetano Pezzella che da molti anni lavora a Rebibbia e dai resoconti degli autori, alcuni dei quali lavorano in questo carcere. Guardando le foto la prima domanda che gli autori si sono fatti è stata: chi sono le persone ritratte? Osservando l’espressione di quei volti hanno provato a immaginare la loro storia per capire il perché hanno deciso di mettersi a nudo e rivelare al pubblico la loro “anima” rischiando per la seconda volta di essere giudicati.

E’ a quel punto che gli autori si sono detti che uno sguardo diverso non è impossibile e che, nonostante i muri e le sbarre alle finestre e l’assillo di tanti pensieri, la vita in un carcere scorre comunque ed assume i suoi significati. Una vita apparentemente lontana, ma vicina e a un soffio dalle nostre esistenze che gli autori hanno provato a interpretare e immaginare senza un preciso ordine narrativo basandosi solo sul valore che può avere la libertà per chi vive rinchiuso nel proprio carcere interiore. Da li il titolo e la metafora dell’Hotel come continuo alternarsi di molteplici differenze che di sfuggita si incontrano si scambiano un saluto qualunque, anche se dopo ognuno va dritto per la sua strada. Va dato loro il merito di aver dato vita a quest’opera, un’abile commistione tra foto e testi che parla a tutti noi invitandoci fortemente a non girarci dall’altra parte.

 

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Fabio Bandiera

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