Giorgio Morandi al Complesso del Vittoriano

L’ultima mostra a Roma di Giorgio Morandi, curata da Cesare Brandi e tenutasi presso la Gnam di Valle Giulia, risale al 1973; dopo poco più di quarant’anni il maestro bolognese torna dal 28 febbraio al 21 giugno 2015 nella capitale al Complesso del Vittoriano che ribadisce la sua attenzione per la pittura italiana del Ventesimo secolo.
La grande esposizione affidata all’estro e alla profonda conoscenza di Maria Cristina Bandera intende ripercorrere l’intero cammino dell’artista attraverso centocinquanta opere; insieme ai cento dipinti a olio sono riuniti in un articolato percorso di lettura critica, oltre ad acquerelli e lavori a matita, le opere incisorie eccezionalmente affiancate dalla matrici in rame provenienti dall’Istituto Nazionale per la Grafica di solito non esposte per ragioni conservative.

Giorgio Morandi nasce il 20 luglio 1890 a Bologna; primo figlio di una famiglia della media borghesia cittadina si ritrova, a soli diciannove anni dopo la morte del padre, a ricoprire il ruolo di capofamiglia con la responsabilità delle sue tre sorelle ancora molto giovani. Non si sottrarrà mai ai doveri familiari e vivrà tutta la vita nella sua casa natale circondato dall’affetto materno. Nonostante la situazione finanziaria non fosse particolarmente florida, ugualmente i Morandi riuscirono a conseguire il diploma di insegnamento nelle scuole elementari grazie al quale raggiunsero una certa indipendenza economica risollevando le sorti del bilancio della famiglia. In Giorgio la predilezione per gli studi artistici si manifesta molto presto tanto che dopo un anno di apprendistato presso l’ufficio commerciale del padre si iscrive al corso preparatorio dell’Accademia delle Belle Arti a Bologna.

L’anno 1910 è un anno memorabile per la sua formazione; in primavera si recherà a Firenze dove visiterà gli Uffizi e le chiese più importanti ammirando di persona la bellezza di Giotto, Masaccio e Paolo Uccello. Si racconta che la sera fosse stato colto, forse per via della grande eccitazione che lo aveva attraversato durante quelle visite, da intensi stati febbrili. In estate invece torna per la seconda volta alla Biennale di Venezia per vedere la sala con i trentasette dipinti di Auguste Renoir e i diciannove quadri di Courbet. Inoltre conosce le acqueforti di Klinger, Kollowitz e Corinth e infine la sala con i ventidue lavori di Gustave Klimt. Sono due viaggi emblematici che palesano la volontà dell’autore di soffermarsi solo su alcuni autori: pochi autori antichi e pochi autori moderni. Similmente a quanto avverrà per la scelta dei suoi soggetti protagonisti dei suoi lavori, Morandi delimita il suo campo d’osservazione per approfondire continuamente gli aspetti che gli sono più cari. Su tutti la suprema sintesi geometrica operata da Paolo Uccello e le soluzioni prospettiche cui era giunto Cezanne che conoscerà grazie alla lettura di alcune riviste francesi distribuite nelle librerie bolognesi. Quest’ultimo incontro denota la viva attenzione che Morandi aveva per l’arte internazionale nonostante la sua vita stanziale lo avesse fisicamente radicato in provincia.

La sua «traiettoria ben tesa», così Roberto Longhi definirà il suo cammino artistico non soggetto ad alcuna parabola discendente, incontrerà anche la metafisica di De Chirico (contrariamente alla metafisica di quest’ultimo fatta di enigmi la sua sarà fatta di oggetti comuni) e di Carrà a cui non aderirà mai completamente ma che segnerà un passaggio fondamentale attraverso il quale Morandi approfondirà l’indagine sulle forme dimostrando oltretutto un entusiasmo ed una particolare attrazione verso tutto ciò che è nuovo.

Il rapporto di simbiosi che instaura con la camera-studio di via Fondazza in cui dipinse tutta la vita riflette il suo modo di vivere l’arte. La stanza con la finestra che da su un cortile verde è una sorta di grembo simile a quello della balena in cui Pinocchio ritrova il suo babbo. Solamente nel silenzio di questo spazio discreto Morandi sentirà insorgere le sue ispirazioni, in seguito a quel reiterato dialogo con i suoi oggetti (bottiglie, recipienti, vasi, brocche, utensili da cucina e scatole) scelti nel caos di qualche rigattiere ed ora diventati i suoi principali amori e i suoi riservati interlocutori raccolti nel loro «isolamento silenzioso». Li guarda di continuo ricreando delle volte con strani assemblaggi nuove forme (come l’oggetto a forma d’imbuto rovesciato nato da un pezzo di latta); li sposta mutando gli accostamenti in cerca ogni volta di una diversa armonia dentro la quale oltre a privarli dell’anonimato conferisce loro con le sue trasposizioni pittoriche un’identità. Il risultato di queste cangianti composizioni sono le Nature Morte, oggi note in tutto il mondo, di quello che Werner Haftmann definisce una sorta di «arrangiatore paziente» – capace, una volta assorbito nella sua «comunicazione meditativa», di abolire «la distanza tra l’io contemplante e le cose».

Il trasferimento nella campagna di Grizzana lo espone al fronte e alla crudeltà dei massacri della seconda guerra mondiale. La sua delicata sensibilità non ne rimane turbata e a una più prevedibile e angosciante chiusura in se stesso si impone inaspettatamente una sana disponibilità a imboccare nuovi sentieri che lo conducono verso la realizzazione dei suoi paesaggi più belli «ridotti» come afferma Leymarie «alle strutture elementari, ma percorsi da un respiro infinito».

Come si può vedere in questa meravigliosa esposizione le sue tele si rimpiccioliscono sempre più diventando, a partire dagli anni cinquanta, delle forme geometriche chiuse; per questo nonostante la scelta ricadesse sugli stessi oggetti non possiamo parlare di ripetizione. In fondo i protagonisti dei suoi quadri erano una sorta di trampolino, un punto di partenza per la sua trasfigurazione delle cose. La sua intera esistenza è stata un interminabile dialogo con questi oggetti apparentemente insignificanti grazie ai quali però è riuscito a «fissare l’anima delle forme».

L’itinerario di questa splendida mostra consente allo spettatore di penetrare all’interno di quel «diario intimo» – di cui parlava Cesare Guidi nel 1946 – « così ricco di motivi sentimentali diversi pur nella coerente, armonica unità del suo mondo spirituale» nel quale si può leggere attraverso questo «carattere di confessione, di lirica frammentaria la sua modernità»; al contempo viene inoltre rivelata « la sua classicità che ce lo fa apparire quasi un maestro antico» e che è espressione di «un equilibrio con cui soppesa l’intima ricchezza della sua ispirazione».

Le ultime sue fatiche, analizzate puntualmente solo da Cesare Brandi, rifuggono qualsiasi catalogazione; allo svuotamento delle forme segue una scelta di colori – a volte più accesi come il salmone – in cui prende sempre più spazio una sorta di nero-violetto che si intensifica di quadro in quadro divenendo «la forma protagonista dell’immagine». Infine la passione per l’acquerello lo porta a realizzare figure essenziali che oltre a costituire quasi un rimando diretto all’arte zen esprimono la totale inafferrabilità dell’essere.
La sorella Maria Teresa narra che poco prima di esalare l’ultimo respiro tracciava con l’indice dei disegni nell’aria. Muore immerso in quella profonda ricerca che gli aveva permesso di portare alla luce quanto più gli stava a cuore: l’essenza delle cose.

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Filippo Deodato