Gardin ed Erwitt: un’amicizia ai sali d’argento

Per la prima volta, all’interno del prestigioso Auditorium Parco della Musica di Roma fino al 1 febbraio 2015, il fotografo italiano Gianni Berengo Gardin e lo statunitense Elliot Erwitt sono a confronto nella singolare mostra curata da Alessandra Mauro: Gianni Berengo Gardin-Elliott Erwitt. Un’amicizia ai sali d’argento. Fotografie 1950-2014. Prima di inoltrarsi in questo affascinante percorso il visitatore viene subito messo di fronte ai rispettivi studi di questi due grandi cronisti del Novecento e di questi primi dieci anni del nuovo millennio; poter scrutare le due pance da dove hanno preso vita le loro creature in bianco e nero è il modo perfetto per entrare nei loro universi. Più spoglio e freddo quello di Erwitt mentre più caldo ed elegante quello di Gardin con la sua bella parete di libri.

Un’unica sala oblunga, come il corpo di un immenso uccello, è lo spazio espositivo, sulle cui ali posano i 120 scatti dei due artisti con le loro differenti peculiarità e fagocitati da mondi tanto distanti. In Erwitt si ammira la grandezza dell’America, geografica e tecnologica spesso inchiodata, con raffinata ironia, nelle sue sfacciate contraddizioni; in Berengo la bellezza dei paesaggi e i volti di un’Italia arcaica sospesa nella fatica della sua evoluzione. In esposizione figurano poi alcuni ritratti meravigliosi di Erwitt: un trasognato e poetico Che Guevara con gli occhi rivolti verso il cielo; il viso affranto di Jacqueline Kennedy da cui precipita incontrollato un filo di lacrima come estrema testimonianza; e poi la dolce Marilyn Monroe colta in una posa insolita il cui senso di abbandono lascia trasparire una profonda disperazione. Commoventi invece sono alcune foto scattate da Berengo negli istituti psichiatrici italiani dove sguardi persi nel vuoto perforano la nostra compostezza.

A legare però i percorsi professionali di questi due maestri della camera oscura oltre a un potente amore per la strada, i bambini, i temi sociali e a una instancabile propensione a denunciare e documentare, è certamente il sapiente lavoro grazie al quale, operando inizialmente sui provini alla ricerca degli scatti migliori, si conclude con il dosaggio di luci e ombre, bianco e nero attraverso acidi e sali d’argento; «c’è un comune rapporto con il tempo,» come racconta Alessandra Mauro «tipico dei fotografi che lavorano con i sali d’argento. Si scatta e poi si aspetta e solo dopo si può vedere l’immagine. Un lungo processo che aiuta a raffreddare i sentimenti».  In fondo, con stridente contrasto campeggiano accanto ad alcune immagini di Erwitt sui luoghi e le tradizioni della Scozia i tremendi scatti di Berengo sulle navi da crociera approdate in tutta la loro minacciosa modernità nel porto di Venezia come un potente schiaffo sullo splendore della laguna.

berengo

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Filippo Deodato