Festival di Berlino, trionfa l’Oriente

Trionfo cinese nella sessantaquattresima edizione del Festival di Berlino, l’Orso d’oro se l’è aggiudicato Black coal thin ice del quarantacinquenne Yinan Diao, al suo sesto lungometraggio e già visto a Cannes nel 2007 con Night Train, che oltre al miglior film si è aggiudicato il premio per il miglior attore, Liao Fan. La giuria presieduta dal fondatore della focus film James Schamus, tra i cui nomi spiccavano il regista Micheal Gondry e l’attore Chtistoph Waltz, ha deciso di dare il massimo riconoscimento a un noir disperato e metaforico che descrive la deriva anarchica della Cina di oggi grazie all’incontro tra un ex poliziotto e una femme fatale legata ad una serie di omicidi seriali. Cinese anche la miglior fotografia per il film Blind Message del regista Lou Ye, film meraviglioso su un gruppo di massaggiatori non vedenti che praticano trattamenti basati sull’antica medicina cinese, mentre il meritatissimo Gran Premio della giuria se l’è accaparrato Wes Anderson col suo The Grand Budapest Hotel pellicola surreale, data come una delle favorita alla vigilia, ambientato negli anni del venti del novecento in un hotel di Praga dove un eccentrico concierge (Ralph Fiennes) viene coinvolto in un rocambolesco furto e recupero di un dipinto rinascimentale di inestimabile valore.

L’Orso d’argento per miglior regia è andata all’unanimità a Richard Linklater e al suo Boyhood, esperimento geniale durato dodici ani in cui il regista statunitense ha seguito la crescita di un bambino dagli otto ai vent’anni raccontando il suo quotidiano alla luce dei cambiamenti sociali dell’ultimo decennio. Giapponese la miglior attrice, protagonista del film The Little House dell’ottantatreenne maestro Yoij Yamada che commuove la Berlinale con una storia di passioni sopite e tradimenti, in cui Haru Kuroki interpreta magistralmente la fedele domestica che assiste, non vista,il nascere di un amore impossibile. Miglior sceneggiatura al tedesco Kreuzweg del regista Dietrich Brueggemann, storia drammatica di una quattordicenne al bivio tra una famiglia di fondamentalisti cattolici e le sue pulsioni adolescenziali e giusto riconoscimento per il francese Alain Resnais che ha presentato il suo Aimer, Boir et Chanter, film che esorcizza la morte al quale è andato il premio Alfred Bauer, riconoscimento alle pellicole che aprono nuove prospettive, nonostante la sue quasi novantadue primavere.

Il cinema italiano non aveva nessuna pellicola in concorso, ma i due lavori presentati nella parallela rassegna Panorama hanno avuto entrambi una buona accoglienza sia dal pubblico che da parte degli addetti ai lavori. Stiamo parlando delle ultime fatiche di Edoardo Winspeare In grazia di Dio e Gianni Amelio Felice chi è diverso, autori di livello e con uno sguardo sempre attento alle radici culturali del nostro Paese. Protagonista, come in tutte le opere del regista salentino, la Puglia e una famiglia alle prese con un fallimento a causa della sfrenata concorrenza cinese in cui sono come sempre le donne, ottime le quattro protagoniste, a dimostrare la loro scorza dura nei momenti difficili. Nel film documentario di Gianni Amelio l’omosessualità e al centro di un mosaico di testimonianze, una rilettura storica che parte dai primi anni del secolo scorso per chiudersi malinconicamente sull’attuale situazione che vede ancora l’omosessualità come un tabù anche per il grande schermo. Presentato fuori concorso anche l’ attesissimo Monuments Men di George Clooney già nelle nostre sale e il discusso Nymphomaniac di Lars Von Trier, film scandalo e presentato in versione integrale senza alcuna censura che uscirà in due parti (il 3 aprile la prima e il 24 la seconda)e di sicuro non lascerà indifferente chi avrà il coraggio di entrare in sala.

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Fabio Bandiera

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