Fast Writing: gli scritti di rapida consumazione di Leyla Khalil

Con dedizione e tanta passione stai facendo strada nell’ambito mondo dell’editoria. Come e quando si accesso il tuo personale sacro fuoco per la scrittura? Qual è stato il percorso formativo che hai seguito e chi i tuoi maestri? 

Forse deludo le aspettative, ma non userei il termine “sacro fuoco”. Mi piace scrivere, pare che la gente apprezzi più o meno quello che scrivo, fin dai tempi della scuola. A me semplicemente già al tempo piaceva e sentivo di riuscire discretamente. Verso il mondo della scrittura, però, nutro soprattutto curiosità. Da dieci anni, se mi incuriosisce un libro, prendo e vado alla presentazione. Al contempo però non bramo la scoperta dell’aneddoto che nessuno sa della vita di Calvino, non leggo i carteggi di Celan e della Bachmann, non sbavo per sapere i gossip delle vite degli autori – cosa che molti fanno e che in parte invidio, perché memorizzano un bagaglio enorme di informazioni. A inizio università ho fatto un primo corso di scrittura alla Omero, poi un secondo tenuto da un amico e che mi ha permesso di conoscere Matteo, l’editore dell’antologia. In ultimo, quest’anno ho seguito un corso di scrittura trimestrale alla RAI. Non li seguo tanto nella speranza di imparare ma per ritagliarmi qualche ora settimanale da dedicare alla scrittura, per non lasciar impigrire la testa e la mente. Poi nella vita faccio tanto altro. Maestri nel senso di mentori, per quanto riguarda la scrittura non ne ho avuti. Per la lettura invece è stato senza dubbio merito di mia nonna, in una fase primordiale. Ora abbiamo gusti molto diversi, ma quando ero piccola è stata l’unica, credo, a regalarmi quasi sempre libri. Adesso sono io a regalarne a lei e a suggerirle nuovi autori, è un bello scambio. Maestri sono stati anche Nietzsche, Bulgakov, Baudelaire, e Hesse con “Demian”, ai tempi del Liceo. Dopo, tanti e troppi altri: mi sono addentrata sempre più nel Novecento.

Hai presentato da poco la tua eclettica raccolta di racconti Fast Writing – Scritti di rapida consumazione. Com’è nata l’idea di questo progetto? Come hai raccolto le storie? Quali sono stati i canoni di scelta che hai utilizzato? 

Ti riassumo: giornate in cui al Liceo mi ritrovavo in un fast-food vicino scuola e scrivevo due, tre pagine. Anni dopo: Parigi, l’Erasmus, la ricerca dell’accesso al wi-fi, quindi di nuovo i fast-food. Trovarsi di fronte una realtà concentratissima di bimbi frignanti madri nervose palloncini colorati pagliacci business-men, turisti e quant’altro: panico. Era roba che andava raccontata! Ne parlo ad un’amica, scriviamo qualche pezzo insieme in un paio di fast-food parigini, nel mentre inizio a far circolare l’idea via mail proponendola a 4/5 piccoli editori con cui sono in contatto per amicizia e conoscenza. Quando Ensemble mi ha dato l’ok, ho parlato ad un gruppo sempre maggiore di persone che hanno apprezzato il progetto, abbiamo organizzato anche serate di scrittura collettiva in fast-food. Poi, per integrare, ho lanciato un concorso sul magazine online con cui collaboravo. Chiaramente ho scartato chi si limitava a propormi una banale storia d’amore ottocentesca ambienta in un fast-food: non cercavamo l’ennesima favola adolescenziale. Ho scelto quelle che coglievano il taglio contemporaneo che volevo dare all’antologia. Per questo è stato un lavoro di gruppo: parlavo direttamente con gli autori, proponevo loro possibili modifiche per dare un tono unitario all’antologia senza però sopprimere le singole voci, diverse una dall’altra.

Atipica l’associazione tra il tuo fast-food e i caffè frequentati dagli intellettuali dell’Ottocento. Quali i punti in comune e quali le differenze tra i due luoghi di creazione e scrittura? 

In comune c’è che sono luoghi di scambio umano; oltre che posti di ristoro, ovviamente. Solo che oggi l’umano-concreto si trova di fronte all’umano-virtuale, che in tanti criticano. I social network, il cibo dei fast-food, le ordinazioni online e quant’altro. Anche quella è realtà! Questa frammentazione della realtà è l’innovazione che si rileva nei racconti dei Fast Writers. Realtà frammentata, linguaggio frammentato, molteplici angolazioni, destrutturazione. L’idea dei nonluoghi, di cui parlo nel prologo, è il fulcro attorno a cui ruota l’intera raccolta, ed è un concetto che ho ripreso dall’antropologo Marc Augé. Inoltre poi, rispetto all’Ottocento, ci troviamo di fronte ad una mancanza di punti di riferimento assoluti. C’è poco da idealizzare, poco da assolutizzare. E il contrario dell’idealizzazione è l’ironia. C’è tanta ironia, nella raccolta. Ironia amara, grottesca, sanguinosa a volte, ma anche ironia sognante. Nella consapevolezza di essere un misero account di Facebook o stupidi mangiatori di panini, ci concediamo anche noi piccoli sogni. “Di rapida consumazione”, come dice il sottotitolo. È un lavoro ottimista, tutto sommato, scritto da chi si è stancato di vedere tutto soltanto nero. Come Fast Writers ci siamo posti la sfida di cercare il bello, la sorpresa, vogliamo ricreare un “altrove” sconosciuto e che estranei e stupisca il lettore – qui rimando al riferimento a Volodine, sempre nel prologo – , anche in questa realtà che tutti criticano. A ragione, peraltro, visto che anche parecchi degli autori si sono gettati nell’avventura che ho proposto nonostante avessero un passato di boicottaggio delle multinazionali alimentari e non. Ma per quanto “boicottabile” quella dei fast-food è comunque la realtà alla quale la maggior parte delle persone hanno accesso. I caffè dove scrivevano i pezzi grossi della letteratura europea sono perlopiù inaccessibili a noi giovani, oggi, e quindi è anacronistico e snob pensare ad un letterato che vi si rinchiuda per scrivere. Non tutti possono permettersi gli aperitivi radical chic e lo slow food, il DOP e il DOC. Il nostro è un lavoro pop senza alcun intento di propaganda a livello politico-economico.

Dal punto di vista stilistico la scrittura appare sui generis, destrutturata, tanto moderna quanto i luoghi che racconta. Come hai raggiunto questo risultato? Ti sei ispirata a qualche autore o tecnica stilistica in particolare? 

Ho cercato di far capire fin da subito agli autori che l’innovazione era necessaria tanto nei contenuti quanto nella forma. Partivo dall’ambizione di scrivere un Manifesto, fino a che mi sono resa conto che volevo semplicemente raccontare una realtà concreta che mi trovo ogni giorno davanti ma che non appoggio pienamente. L’antologia è trasposizione in narrativa di quello che doveva essere un saggio sui fast-food come nonluoghi, ma non lo è mai stato. Più che analizzare e teorizzare ho, abbiamo voluto raccontare. Ogni autore ha il suo stile, ho semplicemente puntato molto sulla sperimentazione purché non andasse a prevalere sull’attenzione ai contenuti, alla trama. Cercavo un’innovazione linguistica che fosse immagine del nuovo luogo in cui le storie sono ambientate, non l’ostentazione forzata di virtuosismi fine a se stessi. Penso che in questo senso abbiamo raggiunto un buon compromesso fra buoni contenuti ed uno stile innovativo, azzardoso e contemporaneo. Poi ovviamente dipende da che racconto si prende in considerazione.

Nuovi progetti in cantiere? Dopo i panini e le patatine fritte dei fast-food, bolle qualcosa di altrettanto artisticamente appetitoso in pentola? 

Aspetto di avere la maturità adatta per scrivere un romanzo come si deve e proporlo alle case editrici, nel frattempo mi alleno continuamente con racconti brevi. Mi piacerebbe parlare del Libano, patria paterna che conosco discretamente, in una maniera nuova rispetto a come se ne parla in genere…ma è complicato parlarne trovando il giusto equilibrio fra distanza analitica e vicinanza empatica. Ho poi in mente da anni progetti sperimentali – labirintici e caleidoscopici, come mi piace chiamarli – di scrittura collettiva, per cui cerco ancora curiosi collaboratori-cavie. Sogno come tanti Qualcosa che fonda tutti i generi di arte, senza scindere corpo e mente. E poi, chissà che l’esperimento del Fast Writing non porti ad un “Volume II” ! Nel frattempo, mi sto laureando in Mediazione Linguistica con una tesi sull’Editoria e Stampa Francofona in Libano.

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Marika Luongo

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