Esce nelle sale Anna Karenina, inusuale trasposizione del classico di Tolstoj

 

Anna Karenina (Keira Knightley) è una giovane nobildonna, moglie dell’ufficiale governativo di alto rango Karenin (Jude Law) e personaggio rispettato nell’alta società Sanpietroburghese. La sua fama di moglie fedele e madre premurosa giunge fino a  Mosca, dove vive il fratello Oblonsky (Matthew Macfadyen), frivolo dongiovanni intento a riconquistare la fiducia della moglie Dolly (Kelly Macdonald). Al suo arrivo nella capitale Anna si imbatte nell’affascinante Vronsky (Aaron Taylor-Johnson), un ufficiale di cavalleria dell’esercito russo, e tra i due scoppia l’amore passionale. Ben presto però si ritroveranno a combattere contro una società arcaica, intollerante ai tradimenti e pronta a sovvertire ogni benevolo giudizio. Anna e Vronsky si aggrapperanno all’illusione che l’amore possa preservarli dallo sdegno suscitato nei più alti ranghi, mentre pian piano si sgretolerà ogni certezza sentimentale e sociale. Unico superstite morale della tragedia l’esemplare Levin (Domhnall Gleeson), migliore amico di Oblonsky, il quale rinuncerà a tutto per dedicarsi all’umile vita nei campi, trovando proprio nella mestizia l’amore vero.

Una trasposizione cinematografica che, forte dei precedenti adattamenti letterari a firma di Joe Wright (Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen o Espiazione di Ian McEwan), si pone l’ambìto intento di tener fede a quello che viene considerato uno dei migliori romanzi dell’Europa del XIX Secolo. Peccato che però il senso intrinseco nel racconto non venga raccolto nelle oltre due ore di proiezione: Anna Karenina non è soltanto la sfortunata storia di due amanti ribelli, ma una profonda commiserazione della debole natura umana di fronte all’immensità dei sentimenti. La figura di Levin, minuziosamente caratterizzata nelle oltre 1000 pagine del romanzo di Tolstoj e ispirata alla figura dell’autore, rimane nel film un vacuo segnalibro che ci ricorda quanto l’amore vero sia fatto di piccole cose e umili lavori. Non riesce ad emergere dall’occhio della cinepresa di Joe Wright quella contrapposizione tra classi sociali che destò scalpore nella Russia perbenista  dell’epoca, costringendo l’autore all’autofinanziamento.
Il dodicesimo adattamento cinematografico dell’opera maxima dello scrittore russo non brilla dunque per carattere, complice forse una troppo remissiva Keira Knightley. A portata di mano potrebbero invece essere gli Oscar per i migliori costumi e le scenografie d’effetto, a metà strada tra la rappresentatività teatrale e la veridicità da grande kolossal.

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Gianluigi Cacciotti

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