Eneide di Krypton, un nuovo canto sull’estraneità

E’ cominciato nel 1983 questo esperimento, circa trent’anni fa, quando l’album Eneide di Krypton dei Litfiba fu ideato per costruire uno spettacolo che a distanza di tempo, ritorna sul palco del Teatro Argentina. L’opera, che racchiude in sè gli elementi del concerto come dello spettacolo teatrale, è una performance a 360° che lascia molto spazio all’impianto musicale e scenografico e affida alla parola il valore sacrale del racconto epico.

Dell’opera virgiliana vengono qui ripresi alcuni episodi fondamentali, che coincidono con la fuga da Troia e l’incontro di Enea con diversi personaggi: Didone, Lavinia e infine Turno. Ai frammenti salienti di un’avventura lunghissima corrispondono altrettanti momenti musicali, eseguiti dal vivo da tre musicisti, Antonio Aiazzi, Gianni Maroccolo e Francesco Magnelli, che compongono l’orchestra dello spettacolo, così come il suo senso più profondo.

La musica infatti viene dotata di una ridondanza, nel senso più positivo del termine, e di una potenza estrema, anche nella sua veste nuda, strumentale. Non a caso, Giancarlo Cauteruccio, Enea ma anche aedo, ne dirige fintamente i movimenti quasi a simulare un ruolo da maestro d’orchestra. Accanto alle note, l’impatto visivo è estremamente suggestivo, sia nelle luci, che nelle visualizzazioni digitali, che nei potenti laser che invadono più volte la platea, come a delineare un segno intangibile tra il pubblico e la rappresentazione, quasi a visualizzare le vibrazioni musicali in altrettanti frammenti di luce.

In questo scenario apocalittico, melodrammatico, emotivo e fortemente epico, si inseriscono con dirompenza elementi di spietata attualità. Non cadono nel vuoto i riferimenti alle coste della Libia e alle navi degli immigrati, che rievocano il tema dell’estraneità e dell’accoglienza, presente nell’epica virgiliana come anche in quella omerica. Come afferma Cauteruccio: “la sacralità riservata agli stranieri fuggiaschi […] induce a riflettere sulle tante umane emergenze dei nostri giorni“.

E così l’opera si arricchisce in questo nuovo canto, di una dimensione attualizzante molto forte, che tuttavia non riesce a colmare il parziale vuoto che la rappresentazione lascia: vuoto di racconto, di performance, di azione. Non bastano i movimenti stentati di un Enea indolenzito, o le mosse acrobatiche di un soldato in guerra, o nemmeno i passi timidi di Lavinia sul palco, per riempire lo spazio immenso che si disegna fra lo spettatore e un cavallo di Troia in 3d.

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Lavinia Martini