Encerrados: uno straordinario reportage nelle carceri sudamericane

Encerrados è una parola spagnola che vuol dire reclusi. Tuttavia per non tradirne del tutto la musicalità sarebbe più opportuno se la traducessimo con rinserrati; ne rimarrebbe intatta l’estensione vocale che amplifica il senso di separatezza di cui è portatrice.
Encerrados è anche il titolo di un grande reportage, edito da Contrasto, a cui il suo autore Valerio Bispuri ha lavorato per dieci anni. I protagonisti di questo viaggio sono uomini rinchiusi nelle carceri del Sudamerica: Argentina, Cile, Uruguay, Brasile, Bolivia, Perù, Ecuador, Colombia, Venezuela, famose in tutto il mondo per il loro alto livello di pericolosità. A separarli dal mondo civile non sono solo le mura di una prigione e le altre che delimitano l’intera casa circondariale ma anche quelle invisibili elevate dall’abitudine di fare a meno della propria libertà: vivono trincerati nell’assuefazione di un’alienante esistenza. Gli scatti unici di questo coraggioso fotoreporter sono degli squarci che ci consentono di gettare lo sguardo dentro l’inferno di questa insondabile alterità.

Valerio Bispuri nasce a Roma nel 1971 e una volta conseguita la laurea in lettere sente insorgere la passione per la fotografia; se ne lascia travolgere immergendosi in un flusso che lo porta in giro per il pianeta a immortalare con i suoi occhi i luoghi e i volti che attraggono la sua attenzione. Trascorre più di dieci anni a Buenos Aires instaurando un legame colmo d’amore con l’America Latina, terra dagli orizzonti sconfinati e dalle grandi contraddizioni. Un giorno riceve l’inatteso invito di visitare un carcere in Ecuador; giunto al suo interno i detenuti gli scagliano bustine di urina. L’esperienza è traumatica ma cruciale per la sua vita professionale. È una grande opportunità per riflettere sulle difficoltà che ha generato l’incontro con una prigione e su quanto ne fosse ancora impreparato. L’umiliazione si trasforma nel fervente desiderio di esplorare la situazione delle carceri attraverso le quali raccontare un intero continente.
Nel suo grande romanzo Delitto e Castigo, Dostoevskij porge al lettore una riflessione dalla profonda essenzialità; una sorta di pozzo dentro cui affondare il pensiero per riportare a galla le ragioni sottese: «Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni». In quel pozzo Valerio infila il suo sguardo per svelare cose di cui abbiamo una conoscenza vaga e approssimativa limitata dalla nostra indolente indifferenza.

Un luogo di detenzione non può e non deve essere una discarica umana; uno spazio dove depositare dietro griglie di ferro la violenza lasciando che questa continui ad esistere o come è accaduto nelle 74 carceri visitate da Valerio si acuisca. L’estromissione dalla società civile non deve equivalere all’esclusione del detenuto dal consorzio umano. Negargli la possibilità di condurre una vita dignitosa calpestata dai disagi causati dal sovraffollamento e dalla pessime condizioni igieniche (si arriva a dormire in diciotto in una cella per quattro persone ed il bagno è solo un buco nel corridoio), lasciare che all’interno di queste strutture vigano le stesse regole del crimine là fuori in cui «gestisce chi ha più soldi, comanda chi ha più potere» significa arrendersi all’impero della barbarie e alimentare la disumanizzazione. Addentrarsi in questi spazi terribili comporta dei rischi e la minaccia di un coltello puntato sul collo o l’urlo di un ragazzo di Como che lo salva avvisandolo di uscire immediatamente perché era pronta per lui una siringa di sangue infetto sono cose che l’autore difficilmente potrà dimenticare. Come del resto i novanta detenuti nel Padiglione numero 5 del carcere di Mendoza, in Argentina, dove Valerio è entrato da solo sospinto dal rumore della porta che si chiudeva alle sue spalle con l’aria scossa dal tremore delle sue gambe.

Queste continue incursioni nell’oscurità diventano via via fonte di continue scoperte. In Venezuela scorge un muro crivellato di colpi sparati dai detenuti per festeggiare quando un capo viene liberato; nella Penitenciaria di Santiago del Cile, durante l’ora d’aria, alcuni detenuti esasperati fanno dei veri e propri duelli con spadoni ricavati dai vecchi tubi della struttura; assiste alla rapida formazione di bande che poi si scannano tra loro. In queste valli dell’orrore però la quotidianità ospita anche momenti di pausa in cui si vedono uomini giocare a pallone – splendida la foto dall’alto nel penitenziario del Quito in Ecuador di un campetto di calcio dove il carcere con le sue mura, la città alle sue spalle distesa su un’altura e il cielo appaiono come tre strati contigui di un unica realtà – altri curare la loro muscolatura sollevando bilancieri fatti di fasce di bottiglia piene d’acqua e donne intente a rifarsi il trucco come dovessero recarsi ad un appuntamento o dovessero andare a ballare.

In copertina due inscrutabili occhi colti al di là di una feritoia ci fissano senza diffidenza: sono un invito ad entrare nel bianco e nero di questo straordinario percorso dove, seppure immersi in un misero grigiore, gli uomini con pervicacia resistono alla morte e all’incombente disperazione dimostrando un forte attaccamento alla vita. Emerge in esso l’empatia reciproca sorta tra questa folla di reietti e chi nel tentativo di testimoniare la loro presenza è riuscito con delicatezza a rispettarne l’intima natura. Una comunione in grado di stemperare la facile propensione ad abusare del prossimo; un esempio di come, al di là della diversità dei linguaggi, sia bastevole riconoscersi appartenenti al genere umano per comunicare e comprendersi; «quando l’occhio è stanco di guardare si inizia veramente a osservare» ci ricorda Valerio: solo in quel lasso di tempo in cui le difese della mente si sbriciolano e crolla ogni pregiudizio si riesce ad accogliere veramente l’altro. In fondo come afferma ancora l’autore «la forza della fotografia risiede nella capacità di bilanciare il proprio sentire con la realtà e solo riuscendo a calibrare le proprie emozioni profonde in un concetto reale senza che una prevalga sull’altra si arriva a poter raccontare una storia». Anche mistificare ciò che circonda con la nostra soggettività è una forma di prevaricazione.

Ma se interpretassimo questo incredibile reportage solamente come una volontà di denunciare degli ambiti al limite della sopravvivenza ne ridurremmo ingiustamente la portata. In fondo la vera finalità – come sostiene Valerio – era quella di descrivere «cosa ancora unisce e divide oggi questo continente»; narrarlo da dentro e da fuori fino a «scoprire un po’ di luce dove tutto sembrava spento» rivelando al contempo come «il riflesso della violenza e della vitalità si contrappongono in unico segmento che è poi la storia del Sudamerica».

 

 

 

 

Vuoi commentare l'articolo?

Filippo Deodato