Edipo Re al Vascello, se il potere è una scala

Dimentichiamo tutto: versi imparati a memoria, anni trascorsi a mandare a mente odiosi paradigmi, l’analisi puntuale di ogni singola radice indoeuropea, quelle parole che squarciano il velo della didattica pedantesca per arrivare diritte al cuore dello studente più distratto. Quando sulla platea del Teatro Vascello, si apre il sipario nero mostrando uno ziqqurat fosforescente, siamo lontani anni luce dai banchi di scuola.

Quello portato in scena da Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa, è un Edipo stravolto in molto, ma non, lo si noti questo, nell’accentazione purissima prescritta dalla filologia classica sulla E iniziale del nome del tiranno. Partendo dal testo: nella traduzione di Marco Isidori, che cura anche la regia, così dominante in tutto lo spettacolo, sopravvive la materia della tradizione, nella quale galleggiano come terre emerse elementi di disarmante attualità. Salvo alcuni tagli, il testo, che precede spedito per poco più di un’ora, viene reso in tutte le sue necessità drammaturgiche e storiche.

Dall’altro canto, l’operazione compiuta sul testo fa riferimento a un’intenzione importante e strumentale, quella che induce l’attore a un’interpretazione straniante del verso stesso, reso qui in una forma approssimativamente metrica. Alla parola così restituita viene affiancata una mimica e un movimento che percorrono lo stesso sentiero: lontani dal reale, come figure tridimensionali che ornano un bassorilievo monumentale, gli attori si muovo a scatti, disegnando figure e pose statiche e irrealistiche. In questa mancanza di aderenza, si travalica spesso e volentieri la soglia del ridicolo, senza lasciare nulla al caso.

Oltre al contenuto, il contenitore. Tralasciando le scelte costumistiche, l’impianto scenico, fortissimo, determinante, sovrasta il pubblico con una struttura che viene abitata e vissuta in ogni punto, adornata, vestita e svestita, fino a scomparire del tutto. A questa si deve il merito di offrire una soluzione interessante per riempire il palcoscenico e rappresentare allo stesso tempo la forma plastica del potere, visualizzando in un organo che vive un’intera città con il suo capo e ricordando allo stesso modo i primi versi dell’opera, in cui i supplici vengono descritti mentre siedono sui gradini di fronte al palazzo di Tebe. Saremmo quindi per concludere che l’intervento di Daniela Dal Cin riempie restituisce il senso a una scena vuota di emotività.

Eppure un piccolo spazio viene lasciato all’espressione più tradizionale, quasi banale ma in senso positivo, dei sentimenti di questo personaggio storico e mitologico, che ha subito spesso il saccheggio dei contemporanei per farsi portavoce di qualsiasi manomissione: solo, sulla scena buia, accarezza le sagome di carta delle figlie invocando l’ingiustizia delle divinità. Mentre la voce si attenua nel grido di sofferenza, ricompare un barlume di umanità, un accenno di quella grandezza che ha fatto di Edipo il paradigma della miseria e dell’immensità dell’essere umano.

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Lavinia Martini