Dopo il diluvio. LaChapelle in mostra al Palazzo delle Esposizioni

Nel 2006 David LaChapelle giunge nella Città Eterna; durante questo incantevole soggiorno ha l’occasione di visitare privatamente la Cappella Sistina. L’incontro con la monumentale opera michelangiolesca scuote irrimediabilmente la sua sensibilità artistica segnando un punto di svolta nella sua già vasta e acclamata produzione. L’arte romana con la sua grande bellezza risveglia nell’autore il bisogno di un distacco dalla mondanità; si ritira in un’isola selvaggia nel mezzo del Pacifico perché sente di aver espresso tutto quanto aveva da esprimere: come i corpi individuali immortalati nelle sue foto fluttua in quella «dimensione liquida che non è più “deriva”, ma soglia, passaggio dell’esistenza». La natura rigenera il suo estro creativo.

La mostra al Palazzo delle Esposizioni a Roma, curata da Gianni Mercurio, è per l’appunto incentrata sui lavori a partire dall’anno 2006 che diede inizio alla vasta serie intitolata The Deluge. Nelle nuove composizioni il fotografo americano insegue altre soluzioni estetiche e concettuali; quella che era stata la sua cifra stilistica dominante caratterizzata dalla presenza umana viene abbandonata; i «modelli viventi che in tutti i lavori precedenti (unica eccezione è The Electric Chair del 2001, personale interpretazione del celebre lavoro di Andy Warhol) hanno avuto una parte centrale nella composizione del set e nel messaggio incarnato dall’immagine, spariscono. LaChapelle rinuncia dunque alla carne, elemento in passato pregnante della sua arte.

La retrospettiva che riporta l’artista nella capitale dopo quindici anni e che comprende circa un centinaio di opere è una delle più grandi a lui dedicate. Per consentire al pubblico di conoscere le origini del suo percorso sono stati selezionati una serie di scatti che riproducono i ritratti di celebrità del mondo della musica, della moda e del cinema, scene con tocchi surrealisti vagamente felliniani basati su temi religiosi; «una produzione segnata dalla saturazione cromatica e dal movimento» con cui il fotografo ha raggiunto la propria riconoscibilità arrivando così ad influenzare molti artisti delle successive generazioni.

Trovarsi di fronte alle sue irriverenti e ironiche nature morte è un’autentica esperienza; la sezione che prende il titolo da un verso di Ralph Waldo Emerson, la terra che ride dei fiori, ripropone capovolgendone il significato, il tema della caducità. I fiori strappati dal terreno da sempre simbolo del transeunte diventano in LaChapelle «un’espressione eccessiva e sfacciata, come uno sberleffo della natura»; le maschere, candele, clessidre, i teschi e i frutti sbucciati simboli indiscussi di transitorietà della tradizione seicentesca vengono sostituti con «oggetti voluttuari» e futili propri della modernità come soldi, sigarette e telefoni cellulari, cibo da fast food e pistole giocattolo.

La geniale visionarietà di LaChapelle si manifesta nelle sue pietà dove al posto del Cristo figurano due grandi icone della cultura pop come Kurt Cobain e Michael Jackson; nelle stazioni di rifornimento viste dal futuro come resti architettonici abbandonate nel rigoglio della natura; infine nei Landscape dove vengono rappresentate la scomparsa dell’umanità e le metropoli nel deserto, centrali nucleari perennemente attive che luccicanti e colorate si stagliano sullo sfondo di cieli immensi.

In una piccola sala accogliente è possibile inoltre vedere la proiezioni di alcuni filmati girati nel backstage dei suoi set fotografici; dietro le istantanee che si erano posate nelle nostre menti prende vita il lungo e delicato processo di realizzazione portato a termine dalla fantasia e dalla cura di LaChapelle insieme alla sua preziosa equipe.

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Filippo Deodato