106 anni di Django Reinhardt, omaggio a un mito del jazz

Angelo DebarreNella stessa giornata in cui ricorre l’anniversario dei sessant’anni del gemellaggio tra Roma e Parigi un ensamble musicale del tutto particolare riporta in scena le atmosfere che a inizio novecento animavano la capitale francese. A rendere omaggio a quello che fu uno dei più grandi protagonisti musicali di quel tempo Angelo Debarre e il Miraldo Vidal 5tet. Si tratta di Django Reinhardt, belga di etnia sinti e maestro della sei corde gipsy jazz. Al mito di Reinhardt ha contribuito, oltre ad uno straordinario talento, anche l’incredibile vicenda biografica: a seguito di un incidente perse due dita della mano sinistra e fu costretto e reinventare completamente la sua tecnica chitarristica. Una menomazione che per chiunque avrebbe significato la fine della carriera si trasformò così nel suo punto di forza, regalando al musicista tzigano un modo di suonare del tutto rivoluzionario, che cambiò la storia della musica. Proveniente anche lui da una famiglia di origine gipsy, Angelo Debarre è considerato tra gli eredi artistici di Reinhardt, di cui quest’anno ricorre il 106° anniversario di nascita. Un compleanno omaggiato con un disco, Valse pour mio cavo, presentato al pubblico romano dellAuditorium Parco della Musica.

Sul palco quattro chitarre (Angelo e Raangy DebarreMiraldo Vidal e Simone Magliozzi), contrabbasso (Paride Furzi), violino (Alessandro Vece), clarinetto (Gian Piero Lo Piccolo) e una setlist che spazia tra brani originali e reinterpretazioni dal ricchissimo repertorio di Reinhardt. Nel teatro, sold out già da diversi giorni, bastano poche note a regalare agli spettatori un suggestivo viaggio indietro nel tempo, direttamente nella Parigi degli anni ’30. Un contesto le cui atmosfere hanno affascinato e nutrito l’immaginario cinematografico e letterario di innumerevoli autori. Lo stesso Woody Allen tracciò un ritratto di Django Reinhardt nel suo Accordi e Disaccordi, affidando il compito di vestirne i panni a Sean Penn. In scena, l’affiatamento tra i musicisti è assoluto: le chitarre ritmiche, sincronizzate alla perfezione, accompagnano le corse virtuosistiche di Debarre sullo strumento. Mani che si muovono con sapienza, raffinatezza ed eleganza, regalando al pubblico accorso in sala il meglio della tradizione swing manouche.

Ritmi concitati, melodie frenetiche e fantasiose e grande spazio all’improvvisazione. Un viaggio etereo e malinconico fatto di sole note, che accompagna l’auditore per i boulevards parigini e negli storici cafés un tempo affollati da artisti, scrittori, musicisti. Una tradizione, quella della chitarra jazz manouche, viva ancora oggi in numerosissimi interpreti, capace di resistere all’urto del tempo e mantenersi radiosa e vitale. Splendida la reinterpretazione del classico più conosciuto di Reinhardt; una Minor Swing la cui melodia principale passa come un testimone tra chitarre, violino e clarinetto; a cui ciascuno strumento aggiunge il proprio tocco personale restituendo un capolavoro immortale, ascoltato da tutti almeno una volta, consapevoli o meno. Con The Ghost of Django Reinhardt, questo il titolo dell’omaggio, prende vita uno spettacolo musicale nostalgico e ammaliante, suggellato dalla musica, i cui protagonisti sono assolutamente all’altezza del mito. Un mito di nome Django Reinhardt, genio musicale che nonostante l’ostacolo fisico e l’analfabetismo (musicale e non) riuscì per sempre a cambiare il mondo della musica.

Vai alla home di Linea Diretta

Leggi più articoli dello stesso autore

Twitter: @JoelleVanDyne_

Vuoi commentare l'articolo?

Viola D'Elia

Nata 27 anni fa, ha vissuto a Roma, Istanbul e in India. Sempre pronta a fare le valigie, sogna di vedere ogni angolo di mondo. Oltre a coltivare ambizioni alla Jules Verne, i suoi interessi includono accumulare libri, la musica e il cinema. E’ capace di commuoversi ogni volta che rivede Hugo Cabret; ama scrivere e fare domande, ma non riceverne. Specialmente di lunedì mattina. Crede fermamente nella filosofia di Big Fish: «Tenuto in un piccolo vaso il pesce rosso rimarrà piccolo, in uno spazio maggiore esso raddoppia, triplica o quadruplica la sua grandezza».