Depeche Mode – Delta Machine chiude la trilogia minimale

Dopo altri quattro anni di attesa è finalmente uscito il tredicesimo album in studio dei Depeche Mode, chiusura ideale di una trilogia iniziata otto anni fa con “Playing the Angel” e proseguita nel 2009 con “Sound of Universe”.

“Delta Machine”, album dalla gestazione lunga come ci hanno abituato da lustri Gahan e soci, sarà sugli scaffali di mezzo mondo dal 26 marzo preceduto in questi mesi da diverse dichiarazioni della band che, nelle conferenze stampa dei mesi scorsi, avevano lasciato intendere che in queste tredici tracce, più altre quattro bonus tracks, ci sarebbero stati dei chiari riferimenti a due capisaldi degli anni novanta quali “Violator” e “Song of faith and Devotion“. Dopo simili dichiarazioni l’uscita del singolo promozionale “Heaven” così lento e melodico, aveva spiazzato, ma allo stesso tempo incuriosito, le migliaia di fan pronti ad immolarsi presso l’altare elettronico costruito ad arte dalla band britannica.

Scommessa riuscita a metà, perché se da un lato il materiale prodotto è ben confezionato e di notevole impatto, dall’altro è troppo freddo e stilisticamente vicino ai precedenti, molto celebrale e poco istintivo come se i Depeche Mode avessero definitivamente svoltato verso un elettronica più minimale  e compatta, smarrendo gradualmente la loro vera anima.

Fugato ogni dubbio su un improbabile ritorno agli anni novanta, ci imbattiamo subito in “Welcome to my world”  che conferma il tentativo dei nostri di dare al sound un nerbo sontuoso, ma il risultato è alquanto sterile e affine alle sonorità del disco precedente. “Angel” vira in un’altra direzione, una sferzata di blues elettronico  che esalta le indiscusse qualità vocali di un Dave Gahan sporco e cattivo. Dopo la già citata “Heaven“, ci si rituffa a gonfie vele verso l’elettronica ossessiva di “Secret to the End” aggressiva e maledettamente rock. Con “My little Universe“, i Depeche Mode si riaffacciano pericolosamente ai temi sonorità delle due release precedenti, musica scarna molti effetti ambient e una voce poco graffiante quanto narrante.

Dopo un breve rientro melodico con l’orecchiabile e sensuale “Slow“, ci si incammina verso un doppio binario già percorso dove emergono a chiaere lettere le anime interne al Dna delle band. A “Broken” dal ritmo accattivante, fa da contraltare la malinconica “The child Inside” pervasa da una dolce atmosfera melanconica con tanto di accendini in mano. Ci si imbatte in un amen in “Soft Touch/Raw nerve” dalle spiccate sonorità industriali, per scivolare piacevolmente in “Should be Higher“, dove i nostri ritrovano un po’ di pathos mostrando finalmente la loro anima oltre lo strato di ghiaccio. Ci si avvia verso la fine con “Alone” tesa e serrata, e col nuovo singolo “Smoothe my soul“, sorellina cupa di Personal Jesus senza riffoni di chitarra. A chiudere il tutto la “depechiana” “Goodbye” con tanto di chitarra blues, un degno finale per i fan che anche stavolta riceveranno la loro dose di buona e sana musica elettronica.

Opera discontinua, con lampi folgoranti e rapide discese di quota, che rende comunque imprescindibile la loro presenza nel panorama musicale odierno dopo oltre trent’anni di successi che hanno fatto la storia. La band partirà per un lungo ed estenuante tour che partirà dal 4 maggio a Nizza toccando tutta Europa: trentotto date in tre mesi con due tappe in Italia (18 luglio Milano e 20 luglio Roma) che già registrano il quasi tutto esaurito.

 

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Fabio Bandiera

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