Con Hatealy va in scena la personificazione di un centro commerciale. E noi ci andiamo?

 Alcune fragorose risate, poi lunghi silenzi: le reazioni del pubblico ci dicono tutto dello spirito di Hatealy, uno spettacolo che si pone su un tono quasi sempre infelice, scandito dai pezzi dei Low, gruppo slowcore della metà degli anni ’90, che pure lascia il posto ad isolati momenti di comicità. Quest’ultimi affidati soprattutto a due dei cinque personaggi: il rappresentante di prodotti da discount, Benito il coatto (Edoardo Pesce), e il ricco architetto-drag queen Eddy (Massimo Zordan). Ruoli quindi, programmati qui e altrove, per essere generatori di risate, che in Hatealy portano il peso di indorare la pillola: una visione del mondo certamente non serena, che però non lesina qualche barlume di speranza.

Ma Hatealy cos’è, oltre ad un lussuoso supermercato gastronomico? È un soggetto, il sesto attore per la precisione, il demiurgo che offre una scena ai suo clienti dove interpretare vita e sogni, oltre che un palese gioco di richiami a qualcosa di molto vero e concreto per l’universo Italia: un gigante della produzione qualitativa, ma pur sempre di massa, che allunga le sue mani su tutti i territori della penisola. Hatealy è un luogo progettato per ospitare episodi di vita, per costruire momenti di piacere. Soprattutto alla voce della sua direttrice, Carla (Antonella Gullo), è affidata la descrizione del complesso sistema di valori di quello che ad una prima occhiata potrebbe sembrare un supermercato come tanti. Una vera filosofia quella di Hatealy, un’architettura della felicità, l’occasione per offrire ai clienti un rifugio dove dimenticare tutte le brutture del mondo e l’infuriare della crisi. In verità la casa dove la crisi non si fa meno sferzante, dove emergono i paradossi di una società pronta a spendere per comprare la bellezza e l’inutilità.

Crisi, crisi, crisi. Una parola ricorrente in questo spettacolo, una parola che ormai ha intasato le orecchie di ogni cittadino italiano. La crisi prende corpo in particolar modo nelle azioni di Carla, impenetrabile, infelice, interpretata in modo sempre elegante, sobrio, mai sopra le righe. Un personaggio sul quale ci si è accaniti quasi all’eccesso, tanto da sconfinare in qualche dettaglio trascurabile, onestamente patetico, come la gravidanza. E poi altre due donne: Tina (Elena Cucci), e Vittoria (Irma Carolina di Monte). La prima rincorsa da un passato di sangue, dal quale non sembra particolarmente afflitta, la seconda, malata di cleptomania, ma in cerca di un futuro d’attrice. Profili che sono l’esempio della varietà dei caratteri umani, delle infinite storie che possono nascondersi dietro uno scaffale ed un carrello. Accorrono tutti da Hatealy con entusiasmo più o meno evidente per un grande evento: l’esposizione di un titanico tartufo che col suo valore potrebbe colmare le casse del debito pubblico italiano. Si raggiunge quindi il paradosso maggiore, quello in cui un cibo-gioiello diventa di maggior interesse di una madre che muore, di un provino andato male, della crisi stessa che si arrende di fronte ai suoi eccessi.

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Lavinia Martini

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