Claudia Gerini “mattatrice” al Teatro Quirino

Debutto romano per lo spettacolo Storie di Claudia al Teatro Quirino di Roma, che ha visto sulla scena la “mattatrice” Claudia Gerini raccontarsi in un copione a lei dedicato. Storie di Claudia (repliche fino al 17 Gennaio 2016), infatti, è un’opera monografica, biografica sulla vita dell’attrice stessa, un percorso della memoria attraverso ricordi, aneddoti ed eventi vissuti più o meno verosimilmente. Il libro monografico, che la scenografia sembra richiamare, parte dai racconti di una piccola Claudia affascinata dalla figura di una vicina di casa, la signorina Maria, che dopo un primo incontro le apre il suo mondo attraverso conversazioni, amichevolmente intrattenute sorseggiando una camomilla, durante le quali la piccola impara a conoscere donne straordinarie del mondo dello spettacolo, donne complesse, innovatrici e rivoluzionarie su usi e costumi del secolo scorso. Da qui comincia un lungo monologo, tra balli e canti dell’attrice romana, un trasformismo continuo che porta la Gerini a vestire i panni di Carmen Miranda, ballerina brasiliana divenuta celebre anche ad Hollywood, Marlene Dietrich, attrice tedesca diva al pari della Garbo, che trovò fortuna in America dopo la sua forte opposizione al regime nazista; a seguire il personaggio, forse inverosimile, dell’amica “coatta” Debora al tempo dei provini per la trasmissione di culto “Non è la RAI”, per concludere  di nuovo con la Gerini che interpreta se stessa, dopo il successo, madre e donna in carriera impegnata sul doppio fronte familiare e lavorativo.

Scritto da Claudia Gerini e Giampiero Solari che ne cura anche la regia, Storie di Claudia è un’opera sull’orgoglio femminista, un amarcord intenso e gradevole di una donna emancipata che racconta la conquista dei suoi spazi sociali, ispirata da giganti icone della rivoluzione tutta al femminile nel mondo. Il testo è cucito ad arte sull’attrice romana rimarcandone il talento attoriale, canoro e circense. Il suo percorso artistico, che parte dall’incontro con Gianni Boncompagni, figura di spicco della televisione del XX secolo, apre un notevole dibattito sullo showbiz e sullo spettacolo tutto. La trasmissione “Non è la RAI”, spartiacque televisivo degli anni novanta, ha consegnato meteore da un lato ed artiste affermate come la Gerini dall’altro. Il modello televisivo che imponeva e divulgava ha generato un filone mediatico che ancora oggi risente di quelle influenze. Il sogno di migliaia di ragazzine smaliziate che entravano con prepotenza nelle case degli italiani contrapponeva, in maniera feroce, il pubblico adulto a quello adolescenziale. L’età del professionismo televisivo abbassava notevolmente le sue pretese, i volti noti avevano le fattezze della compagna di banco di scuola o della vicina di casa. Quel meccanismo produttivo avrebbe generato in seguito i desideri delle “Veline d’Italia” prima  e degli eserciti assoggettati e dominati, attraverso lo spioncino, dall’occhio indiscreto del Grande Fratello in seguito.

La materia metatestuale dell’opera lascia spazio ai racconti sulla magia sognante del cinematografo, gli aneliti in tacchi a spillo del red carpet, la favola della cenerentola che a mezzanotte dismette i gioielli più che disseminare scarpette di cristallo rendendo la “giostrina” mondana più umana e terrena, oltre la finzione e la meraviglia.

Storie di Claudia, alla fine, ci riconsegna una sintesi di vita, la perseveranza del desiderio, il cuore oltre l’ostacolo, con qualche luogo comune di troppo sugli uomini e sul riscatto femminile al seguito. La scenografia multimediale svilisce a tratti il fascino del palcoscenico, kitsch e fuori luogo in alcuni momenti di alleggerimento. Inoltre, il tanto evocato mimetismo attoriale, la maschera scenica, l’uomo/donna che nasconde se stesso/a a favore dell’arte qui perde di significato; l’attrice si racconta, si mostra per quello che è, recita se stessa e il risultato potrebbe apparire limitante per tecnica e professionalità. L’abilità, al contrario, non manca alla nostra Gerini, che ci lascia con una pregevole prova di coraggio all’atto finale quando, nell’arrampicarsi sinuosamente su drappi setati di colore rosso vivo, termina in crescendo una convincente prova da vera mattatrice istrionica. Il testo di sicuro non passerà alla storia, estremamente verboso a tratti, furbamente smielato in altri passaggi; a Natale, però, questa leggerezza candida, senza particolari pretese, ci può stare anche bene, o quasi.

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Raffaele Patti