Cinema: Ana Arabia di Amos Gitai

Siamo in Israele, nella terra in cui la pace è divenuta ormai solo un concetto che allude a qualcosa di vagamente irrealizzabile; una condizione impossibile per anime immerse da decenni nella morsa di un conflitto insolubile, dal quale hanno sviluppato un’ottusa rassegnazione. Yael, giornalista alle prime armi, giunge sotto un sole radioso, mai stanco di scaldare queste contrade, tra le baracche fatiscenti ornate da frutteti carichi di limoni e rese nascoste dalle più alte abitazioni popolari. In questo spazio ignorato dal mondo, la ragazza comincia la sua indagine tesa a far luce sul passato di una donna ormai scomparsa, ebrea sopravvissuta ad Auschwitz, e sposatasi in seguito con un mussulmano con cui ebbe una numerosa discendenza. Yael con il suo inseparabile taccuino viene molto presto catturata dalla semplice umanità dei suoi interlocutori, i quali una volta deposta la loro diffidenza le regalano i loro preziosi aneddoti; dalle loro bocche escono lenti frammenti di sogni, di amori consumati, di speranze tradite. Racchiuso nel contesto povero di questa piccola e misera enclave, un flusso di ricordi invade l’animo dello spettatore; un unico piano-sequenza di ottantuno minuti ricompone con maestria le storie di queste vite su cui delle volte il destino pare essersi accanito.

 Il regista ha rifiutato la selezione ponderata del montaggio che scarta, toglie e cancella; «il cinema – scrive Amos Gitai – non è solo contenuto, non è solo narrazione, non è solo scrittura, non è solo storie: è anche forma […] La ripresa continua e il suo ritmo avvolgono i frammenti di queste figure (forme)». La scelta di non effettuare alcun taglio sottende una esplicita «dichiarazione politica»; l’autore intende ribadire la necessità di una convivenza possibile tra gli arabi e gli ebrei che non ammette separazioni o tagli ma chiede a gran voce l’armonizzazione della diversità.

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In questa conversazione corale oltre alla saggia disponibilità di Yussef (marito della donna scomparsa) colpiscono il dolore di Miriam e Sarah; mentre Miriam ritrova nel lavoro della natura la bellezza del vivere, con tutte le sue sofferenze, Sarah rimane sospesa nel rifiuto di aprirsi al nuovo; reduce da una travagliata storia d’amore sembra aver trovato rifugio in una quieta disillusione.
Le ultime immagini possiedono il dono della delicatezza; la cinepresa ondeggiante, lasciate le baracche, inquadra i loro tetti di lamiera nel più ampio e indifferente contesto urbano, prima di concludere il suo viaggio verso l’alto che si tinge di azzurro. Perché, sembra dirci l’autore, contemplare il cielo fa sentire tutto ancora possibile.

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Filippo Deodato

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