Centro CAM di Roma: “Noi che accogliamo gli uomini maltrattanti”

Spesso arrivano al CAM  – il Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti – perché si accorgono del malessere negli occhi dei propri bambini. Nello sguardo dei piccoli c’è il timore per il papà violento, nei loro pensieri la paura di doversi separare dai figli che hanno messo al mondo. Inizia così, per gli uomini maltrattanti – quegli artefici della violenza di genere che ogni anno in Italia coinvolge il 30% delle donne – un percorso di metamorfosi verso una vita diversa, che allontani dalla quotidianità ogni tipo di violenza domestica, fisica, psicologica, sessuale o economica. Nato a firenze 2009, il CAM è il primo centro nel nostro paese ad offrire un’opportunità di cambiamento agli uomini che agiscono violenza verso la propria compagna o verso minori. Un intervento fondamentale per contrastare gli abusi sulle donne, e perché i piccoli di oggi non diventino i violenti di domani. “Il cambiamento molto spesso non è nella testa di questi uomini. Lavoriamo da un punto di vista sino ad oggi mai pensato in Italia” racconta a Lineadiretta24 Andrea Bernetti, psicologo, psicoterapeuta e responsabile della sede CAM di Roma: “Relazionarsi con gli uomini maltrattanti insegna che i loro percorsi di vita non sono così distanti dai nostri. La violenza è un’opzione possibile per tutti: chi se ne dice fuori e lontano con una certezza totale si racconta bugia.

Gli uomini maltrattanti si presentano spontaneamente nel vostro centro?
L’arrivo obbligato è di recentissima istituzione, solo ora cominciamo ad avere i primi casi. Usiamo dire che gli uomini arrivano da noi “spintaneamente”: perché hanno subito denuncia, per suggerimento del loro avvocato, per paura di non poter più vedere il figlio o di perdere la compagna. La presa di coscienza vera e propria della violenza agita avviene solo più avanti nel percorso, in primo luogo ci interessa fermare le azioni violente.

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Andrea Bernetti, responsabile del centro CAM di Roma

Che percorso intraprende al CAM di Roma un uomo maltrattante?
Dopo 5 o 6 colloqui individuali di prima valutazione, in cui raccogliere la sua storia personale, si passa ad un’esperienza di gruppo a cadenza settimanale della durata di circa un anno e mezzo. È un percorso molto doloroso per l’uomo, che va a toccare l’identità e per questo è facile che all’inizio vi siano rinunce. Una volta iniziato il percorso, però, difficilmente gli uomini si allontanano dal centro. Entrare al CAM significa abbandonare ogni giustificazione della propria violenza, mettersi in discussione senza far ricadere colpe su terzi.

Gli uomini maltrattanti come giustificano la violenza?
È sempre rappresentata come reazione ad un “tradimento”. Non, però, tradimento in senso stretto. Mi spiego. Ad accomunarli è il modo di rappresentare le relazioni affettive, la totale difficoltà ad amare. L’amore si trasforma in possesso: la partner non è una persona da conoscere, ma un oggetto da possedere, funzionale a confermare la propria identità di uomo, e quindi si aspettano che sia pronta ad accettare di essere esattamente come loro desiderano. Non appena la donna si smarca da questa aspettativa, anche solo di un centimetro, ogni sua forma di autonomia viene letta come qualcosa di tragico, una mancanza di rispetto, un tradimento, appunto. Quando l’uomo inizia ad aver paura di perdere il controllo, lo aumenta.

In che modo?
È un escalation, se non si tratta la relazione. La violenza fisica, quella che porta al pronto soccorso, è molto diffusa. Ma può essere anche psicologica e verbale, e sessuale, intesa come rapporti intimi vissuti dalla compagna come una pretesa, e che l’uomo pretende per sancire un rapporto “normale”, o economica, attraverso il controllo del denaro, soprattutto nei casi in cui la donna non lavora.

Ci sono fattori socioculturali comuni tra gli uomini maltrattanti?
No, non ci sono fattori “predittivi”, né esistono correlazioni tra psicopatologie. Sono persone povere e ricche, di alto e basso profilo culturale, di età differenti. Lavoriamo con avvocati ed operai. Alcuni vivono ancora lo stereotipo della donna che deve stare in casa e dell’uomo come figura forte “portatrice di reddito”. Altri paradossalmente ci fanno i conti anche se l’hanno superata razionalmente. È una questione legata all’identità di genere, alla rappresentazione di sé in quanto uomo, marito, padre: riguarda l’inadeguatezza nel vestire il ruolo di chi fa rispettare le regole.

Spesso la violenza si manifesta al momento della gravidanza della propria compagna.
Molti uomini che si presentano al CAM di Roma ci raccontano “Mi è capitato di picchiarla persino quando era incinta“, pensando di essere gli unici, in realtà è tipico. Se l’altro è visto come un “oggetto”, la competizione è vista ovunque e verso chiunque. Non è da escludere che questi uomini vogliano bene ai figli come raccontano, ma anche i bambini vengono considerati “ladri di attenzioni”.

Sono uomini violenti anche verso i figli?

La violenza assistita è già di per sé forma di violenza. In alcuni casi, poi, il figlio arriva ad essere uno strumento usato nel conflitto con la compagna. Inoltre, la tensione nasce per la necessità di iper-controllo tipica dei maltrattanti: i bimbi, si sa, non sono sempre pronti al controllo dell’adulto: giocano, fanno disordine.

Quali strategie educative sono utili perché i bimbi di oggi non diventino i maltrattanti di domani?
Educare alla conoscenza dei propri sentimenti è fondamentale. Ad oggi siamo analfabeti emozionali. E poi deve esserci un percorso di riscoperta della paternità: gli uomini che arrivano da noi hanno alle spalle rapporti con padri violenti, assenti, anaffettivi. Sopravvive un retaggio culturale per cui l’uomo non è portato alle funzioni di cura. Così non ci sarà mai la parità con la donna. Per questo noi del CAM insieme ad altre associazioni romane abbiamo ideato “Il giardino dei padri“, il primo progetto strutturato in Italia che sviluppi iniziative a supporto della paternità.

Le compagne degli uomini maltrattanti partecipano al percorso?centro cam
Solo se vogliono, non sono obbligate. È importante che ci forniscano a loro versione, attraverso una professionista a loro disposizione. Spesso gli uomini si raccontano vittime di storie in cui la compagna li sgrida, li umilia. È fondamentale in questo senso la collaborazione con i centri anti violenza. In Italia purtroppo non è ancora presente una diffusione territoriale dei nostri servizi ed una messa in rete definitiva.

Cosa manca in Italia?
Il nostro lavoro ha senso solo se integrato in una rete istituzionale che coinvolga forze dell’ordine, servizi socio sanitari e territoriali, che hanno funzione di soggetti invianti. In Europa e nel Nord America esistono esperienze strutturate già dagli anni 70′. Qui le leggi che prevedono interventi inerenti alla violenza sulle donne – come la Legge sul Femminicidio – sono recentissime e manca da parte delle istituzioni la verifica che il meccanismo previsto dalla legge funzioni davvero. Mancano anche finanziamenti specifici, ne riceviamo solo episodici. Il CAM di Roma richiede professionisti, stiamo formando profili appositi per questo, capaci di scontrarsi con molte difficoltà: gli uomini maltrattanti spesso rendono il lavoro difficile, provocano nel modo in cui partecipano al percorso.

C’è una storia a lieto fine di cui va particolarmente orgoglioso?
Come psicoterapeuti teniamo le dovute distanze, ma questi uomini e le loro storie restano dentro di noi. Per quanto possa sembrare strano, gli vogliamo bene. Ricordo la vicenda di un uomo di 35 anni, con alle spalle un passato drammatico di violenze subite da bambino, che aveva agito violenza verso moglie e figli. Durante il percorso al CAM di Roma, per quanto avesse smesso di agire violenza, minacciò verbalmente la moglie:”Se mi lasci, uccido i bambini“. Lei se ne andò di casa, attraverso un’operazione segreta di un centro anti violenza. E lui da un giorno all’altro si ritrovò solo. È stato malissimo, arrivò a rinunciare al percorso. Poi lo riprese, e il giorno della separazione dalla moglie, in tribunale, è riuscito a sentirsi felice: ha percepito la reale possibilità di iniziare una nuova vita. Oggi è riuscito a ricostruire il rapporto con i suoi figli. “L’unica cosa che mi dispiace è che questo poteva avvenire molto prima, ed io ho fatto di tutto per far sì che non avvenisse” ci ha detto “Avrei potuto evitare agli altri molto dolore.”

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Twitter: @EvaElisabetta

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Eva Elisabetta Zuccari

Per lavoro e per passione racconto storie. Dalle esistenze straordinarie di persone comuni ai "pancini sospetti" del Gossip. Giornalista in divenire, classe 1989, curiosa. Spio tutto e tutti: voi non sapete chi sono io, ma io potrei già sapere chi siete voi.