Berlino, Orso d’Oro a Jafar Panahi

Chiusi i battenti della sessantacinquesima edizione del Festival di Berlino (5-15 febbraio) vetrina internazionale assoluta per i cinefili con ben nove sezioni e oltre quattrocento titoli sparpagliati tra le più disparate categorie, tra lunghi, corti e documentari. La giuria presieduta dal Darren Aronofsky (regista di The Wrestler e Il Cigno Nero) ha premiato con l’Orso d’Oro Taxi dell’iraniano Jafar Panahi, impietoso ritratto di un cineasta (interpretato dallo stesso Panahi) esule costretto a raccontare in un taxi la sua storia in una giornata ordinaria a Teheran con un’apertura alla speranza tra il dolore e la denuncia di un regista pluricensurato in patria. Opera alta e applauditissima in sala anche quella del cileno Pablo Larrain, regista disturbante ed esplicito di opere spiazzanti come Tony Manero, che con The Club si è aggiudicato il Gran Premio della Giuria. Film duro che si scaglia sulla Chiesa come istituzione tout-court in un film corale dove quattro preti dal passato misterioso vengono rinchiusi in una monastero-galera gestita da una torbida suora. Premio meritatissimo per le nuove prospettive (riconoscimento attribuito dal 2006 alle opere prime) assegnato al guatemalteco Ixcanul Volcano , opera prima di Jayro Bustamante che ci trascina oniricamente in un viaggio verso le terre dei Maya, tra famiglie patriarcali, tradizioni locali e un desiderio di fuggire altrove, una pellicola dove il talentuoso regista riesce con un tocco morbido e ben cadenzato ad evitare stereotipi e luoghi comuni confezionando un prodotto da festival nell’accezione positiva del termine.

Ex aequo per la miglior regia, le due statuette sono state assegnate a Radu Jude per Aferim! e Malgorzata Szumovska per Body, due film agli antipodi che hanno diviso a metà la Giuria. Il primo è un western in salsa romena, sarcastico e provocatorio con sequenze sagaci e brillanti durante il lungo viaggio di un padre e un figlio a caccia di uno zingaro nella Valacchia del 1835. Di ben altro tenore la pellicola diretta dalla regista polacca che affonda le mani nelle tensioni tra un padre vedovo troppo dedito al lavoro e una figlia anoressica che si imbatte in una terapeuta esoterica che entra in contatto coi defunti, una sorta di Hereafter austero e geometrico in ogni sua inquadratura curato con stile da una regista che sa illuminare la scena con colpi di scena e di improvvisa comicità. Migliori attori protagonisti quelli di 45 Years di Andrew Haigh: Charlotte Rampling e Tom Courtenay sono marito e moglie che dopo quarantacinque anni provano a tenere salda la loro relazione alla luce di un evento tragico che riporta le lancette dell’orologio indietro di cinquant’anni minando la serenità della coppia. Un film emotivo e coinvolgente dove i due straordinari attori danno vita ad un’interpretazione magistrale giocata sul filo dei sentimenti, sui ricordi e sulla percezione del tempo andato. Ad un altro regista cileno il premio per la migliore sceneggiatura assegnato a Patricio Guzman e al suo documentario The Pearl Button che parte dall’acqua per approdare all’arrivo dei colonialisti inglesi in Patagonia fino all’era Pinochet e ai desaparecidos del ventesimo secolo, un lavoro complesso e filosofico tra storia e visioni mozzafiato. Nella sezione fuori concorso svetta il trash di Cinquanta Sfumature di Grigio evento mediatico sopravvalutato al quale si contrappongono prodotti di buon livello quali Nobody wants the Night di Isabel Coixet (film di apertura della rassegna con Juliette Binoche) e il biophic Love & Mercy di Bill Pohlad.

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Da segnalare nella sezione Forum due pellicole da non perdere, l’anarchico The Forbidden Room di Guy Maddin e il cinico polanskiano Queen of Earth di Alex Ross Perry, mentre nell’altra sezione collaterale Panorama hanno ben impressionato Nasty Baby, premiato col Teddy Bear da una giuria indipendente che premia le pellicole con tematiche LGBT, di Sebastian Silva abile a sviluppare spaccati di vita e relativi casini senza cadere nel didascalismo, e il dolcissimo Petting Zoo di Micah Magee, dove l’adolescente protagonista lotta e ci coinvolge ed emoziona nei sobborghi desolati del Texas. Per chiudere il doveroso Orso d’oro alla carriera con tanto di standing ovation a Wim Wenders, sessantanovenne regista di Dusseldorf e autore a tutto tondo diviso tra cinema e arti figurative. E’ stata proiettata in prima mondiale fuori concorso la sua ultima fatica (la prima in 3D)dal titolo Everything will be Fine, tragedia familiare con James Franco e Charlotte Gainsbourg e proprio sul tema del suo ultimo lavoro che lo stesso regista scherza ammettendo che “uno dei sogni ancora non realizzati è quello di riuscire a breve a girare una commedia”. Figura poliedrica di riferimento e fonte di ispirazione come sostiene fieramente il direttore del Festival Dieter Kosslick che può dichiararsi più che soddisfatto di questa rassegna sempre più aperta e trasversale e vero punto di riferimento per un cinema alto ed altro.

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Fabio Bandiera