Aspettando Godot, la tragicommedia di Beckett

aspettando godotIn scena al Teatro Parioli Peppino De Filippo fino al prossimo 24 gennaio, uno dei testi più apprezzati e adattati di Samuel Beckett: Aspettando Godot. Scritta tra il 1948 e il 1949 e associata al teatro dell’assurdo, l’opera ruota intorno al tema dell’attesa. Come spiegava una famosa recensione del 1956, Aspettando Godot è un’opera in cui non succede nulla: una tragicommedia senza eroi, intreccio o antagonisti. La rappresentazione orchestrata da Maurizio Scaparro apre il sipario sulla figura di un uomo con bombetta che si staglia contro il cielo; un’immagine dalle suggestioni magrittiane, adeguata ad un testo in cui tutto è surreale.

Aspettando Godot è un’opera drammatica – seppur alleggerita dall’alternarsi di registri seri e umoristici – sulla desolazione della condizione umana, in cui davvero non succede nulla. In scena, due vagabondi attendono l’arrivo di un certo signor Godot, invano. Una speranza che si rinnova di giorno in giorno e che li spinge a tendere ogni energia, ogni momento della propria esistenza, verso l’appuntamento tanto atteso, talmente importante che non si può far altro che starsene lì a cercare mille espedienti nel tentativo di ammazzare il tempo. Quello di Beckett è un testo dai mille significati, uno specchio in cui ciascuno può riconoscere le proprie ansie e turbamenti. Godot diventa metafora di un Dio apatico e disinteressato, ma anche di sogni e desideri delusi. Perché in fondo l’attesa di Beckett somiglia all’assurdità della vita, osservata con tragica tenerezza.

Aspettando Godot continua ad essere un ritratto attuale e grottesco di un’umanità imprigionata nelle proprie aspettative – che pure non sa bene quali siano. Un’umanità che vive un eterno presente, sospesa in un universo senza Dio governato dalla pura e semplice insensatezza, e immersa in un tempo soggettivo, sospeso, proustiano. La regia di Scaparro è efficace; la recitazione un continuo turpiloquio incalzante, sincopato, avvolgente. Si ha la sensazione di assistere ad un’opera senza tempo, di ascoltare quasi una profezia apocalittica sulle ipocondrie della società di massa. Come tutti i classici, anche Godot è un ritratto lungimirante e universale; un monito allo stesso tempo spietato e farsesco che riconsegna ogni essere umano al grado primitivo e grottesco di postulante. “Vieni, andiamo.” – “Non possiamo.” – “Perché no?” – “Aspettiamo Godot.” – “Ah, già.”

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Viola D'Elia

Nata 27 anni fa, ha vissuto a Roma, Istanbul e in India. Sempre pronta a fare le valigie, sogna di vedere ogni angolo di mondo. Oltre a coltivare ambizioni alla Jules Verne, i suoi interessi includono accumulare libri, la musica e il cinema. E’ capace di commuoversi ogni volta che rivede Hugo Cabret; ama scrivere e fare domande, ma non riceverne. Specialmente di lunedì mattina. Crede fermamente nella filosofia di Big Fish: «Tenuto in un piccolo vaso il pesce rosso rimarrà piccolo, in uno spazio maggiore esso raddoppia, triplica o quadruplica la sua grandezza».